Email Alberto Capannini (Operazione
Colomba) del 4 novembre 2006 (ore 00,58)
Un
Corpo Civile di Pace in Libano?
Guardando
la situazione del dopo (?) guerra in Libano mi vengono in mente alcune
riflessioni.
La
prima, evidente: Israele, nonostante abbia una politica interna democratica,
con la sua politica estera fortemente militarista alimenta reazioni estreme da
parte delle popolazioni arabe che lo circondano; pare chiaro
che intervenire in Libano significa, per forza di cose, anche intervenire su
tutta la questione mediorientale, a partire da quella israelo-palestinese;
la
seconda riguarda la comunità internazionale, in particolare l’Europa: scottata
dal fallimento dell'intervento militare in Iraq, comincia a chiedersi se
davvero la guerra al terrorismo sia stata fatta con strumenti efficaci ed è in
ricerca di soluzioni che non facciano della forza armata l'unica via
percorribile. In Italia, accanto all'invio di un contingente di caschi blu
sotto l'egida dell'ONU, il governo ha auspicato, attraverso il sottoministro Sentinelli, l'invio di un Corpo Civile di Pace. Mi sembra
importante, se davvero si desidera partire col piede giusto, distinguere bene e
con molta chiarezza le tre modalità di possibile intervento in determinate
situazioni di conflitto, modalità diverse che hanno obbiettivi differenti:
l'intervento
militare, lo dice la Costituzione del
nostro paese, non può e non deve essere di guerra: allo stato attuale mi sembra
che ci siano i presupposti (il mandato ONU e l'accordo delle parti) affinché
l’intervento in Libano si delinei soprattutto come azione di polizia
internazionale, con obiettivi più tecnici, come lo sminamento,
la collaborazione con le forze di polizia locali per la lotta al traffico delle
armi…;
la cooperazione ha come obbiettivo quello
di alleviare le sofferenze di chi è in uno stato di bisogno: dal farsi carico delle necessità impellenti e
basilari al ricreare le condizioni per uno sviluppo sostenibile;
l'intervento
di un Corpo Civile di Pace ha come
obiettivo la risoluzione del conflitto in maniera nonviolenta e ha come fine la
riconciliazione tra le parti.
Di
questi tre l'ultimo è sicuramente il più debole perché è il meno sostenuto
politicamente ed economicamente, nondimeno può indicare la direzione anche agli
altri due: ha certo numerosi punti di contatto con la cooperazione, molti meno
con l'intervento militare.
Dato che nessuno cresce all'ombra di qualcun altro è
bene distinguere: la pace non si costruisce con la minaccia delle armi e
neanche solo con gli aiuti umanitari.
La
trasformazione nonviolenta dei conflitti è oggi più che mai la via da
intraprendere, ma la parte da scoprire è ancora grandissima, occorrono gli
sforzi, l'impegno e l'attenzione di tutti perchè questo cammino progredisca fino a diventare strada ampia e percorribile da
tutti.
Provo
a pensare ad un’azione come Corpo di intervento
Nonviolento in Libano. Mi pare ovvio che debba coinvolgere anche Israele, non
solo come corresponsabile e covittima di questa
guerra, ma anche come parte che necessariamente sarà coinvolta in un futuro,
speriamo non lontano, percorso di riconciliazione dell’intera area.
Nell'intervento
nonviolento l'azione è sempre preceduta e accompagnata da un ascolto profondo
delle ragioni e delle sofferenze di ogni parte, in
particolare delle persone più deboli e quindi più soggette a subire la violenza.
Questa azione di ascolto
e sostegno dei più poveri si è sempre dimostrata efficace in passato per elaborare strategie nonviolente adatte
ad intervenire nello specifico conflitto: strategie non pensabili da “fuori”, da “lontano”:
Un
primo viaggio esplorativo, di incontro e ascolto, per
vedere come, dove e quando ma soprattutto per capire se e perché
intervenire, sarebbe secondo noi un primo passo indispensabile.
Come
volontari dell’Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Comunità
Papa Giovanni XXIII, che da oltre 15 anni operiamo in
diversi conflitti nel mondo insieme ai Caschi
Bianchi dell’Associazione, volontari in servizio civile che con il loro
operare (istituzionalmente riconosciuto) aggiungono un valore Pubblico
all’impegno di centinaia di civili in aree di conflitto, ci rendiamo
disponibili a fare questo primo passo.
Lo
abbiamo fatto già per diversi conflitti e lo continueremo a fare anche in
futuro, con il nostro stile che parte dalla condivisione con i più poveri e con
la nostra scelta imprescindibile per la nonviolenza; ma se questa volta fosse
anche il modo per dare un contributo ad un percorso più ampio e condiviso (per
quanto sin da subito chiaro e senza ambiguità), allora saremmo ancor più lieti di fare la nostra parte.
Il
mondo nonviolento italiano non ha finora dato vita ad
un intervento coordinato, continuativo e numericamente consistente, potrebbe
essere questo il momento per farlo. La società civile italiana ha espresso in
questi anni una vivacità notevole dal punto di vista dell’interposizione
nonviolenta, della diplomazia popolare, della formazione alla nonviolenza e
dell’accompagnamento in processi di riconciliazione. I diversi gruppi,
associazioni, movimenti hanno espresso un “tesoro di capacità” straordinario
nel saper leggere e comprendere le situazioni di conflitto e nell’inventare e
attuare interventi nonviolenti, tesoro che credo sia
unico al mondo e che mi pare abbia come naturale sbocco quello di un
coordinamento per un intervento comune, nel
rispetto delle diverse sensibilità e capacità, verso una Corpo Civile di Pace italiano.
Alberto
Capannini, Operazione Colomba, Associazione Comunità
Papa Giovanni XXIII
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Operazione Colomba
Corpo Nonviolento di Pace
Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII
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