Email di Silvano
Tartarini del 14 novembre 2006 (ore 0,48)
Invio documento
Alberto L’Abate
Cari amici, vi invio questa relazione, scritta da Alberto L'Abate, che servirà come traccia per l'intervento che
farà all'incontro di Roma il 21 novembre 2006, incontro al quale andrà in qualità di Presidente dell'IPRI-Rete Corpi Civili di Pace.
Siete invitati a fare le vostre osservazioni e a dare i vostri suggerimenti, perché il documento presentato a nome dell'Ipri-rete ccp veda il più ampio concorso , o trovi, almeno, il consenso dei più
N.B. Questo testo è inviato:
- a tutti i presenti alla riunione del Direttivo alargato di Bologna del 12 novembre 2006;
- a tutte le associazioni iscritte all'Ipri-Rete ccp;
- alle associazioni che in passato sono state iscritte alla Rete ccp;
- pur essendo molto lungo, non è inviato in allegato, per evitare rischi di virus.
un saluto di pace a tutti
silvano tartarini
Giovanni Ciavarella
A
proposito dei Corpi Civili di Pace
e dei loro collegamenti con l’esercito, il
servizio civile
e la Difesa Popolare Nonviolenta
Uno
dei problemi più importanti dell’umanità, se non vogliamo distruggere il nostro
pianeta attraverso guerre “infinite” e rischi, ancora più grandi, di una
ecatombe nucleare, è quello di mettere
in moto un buon sistema di previsione dei conflitti armati, ed ancora di
più di riuscire a collegare il sistema
di previsione con un valido intervento di prevenzione degli stessi. I Corpi Civili di Pace erano stati appunto
previsti a livello europeo da Alex Langer, ed
riconosciuti dal Parlamento Europeo (rapporto Bourlanges/Martin, 17/5/1995) come strumento
di prevenzione dei conflitti armati con
“il compito di addestrare osservatori, mediatori e specialisti nella
risoluzione dei conflitti” , Altre risoluzione approvate successivamente, o
convegni apposito su questo tema, hanno
precisato che questi Corpi Europei Civili di Pace avrebbero contribuito alla prevenzione dei
conflitti armati in quanto preparati ad
intervenire prima di una esplosione di
un conflitto per cercare di trovare delle soluzioni nonviolente allo stesso, o
durante di esso, per interporsi nonviolentemente tra le due parti e dare spazio
a trattative politiche, ed infine, dopo
il conflitto, per un lavoro di riconciliazione tra le due parti che si erano
combattute reciprocamente (Segreteria della Difesa Popolare
Nonviolenta,1996). . Purtroppo il
passaggio da questo primo documento,ed
anche da quelli successivi, alla
realizzazione concreta dei Corpi Civili
di Pace procede molto lentamente. Questa relazione cerca di vederne alcune
delle cause e di fare alcuni chiarimenti che possano accelerare il percorso necessario.
L’esercito , gli aiuti umanitari,
e la prevenzione dei conflitti armati
Il
primo e forse più importante ostacolo è quello delle pretese dell’esercito e
delle forze armate in generale di essere
gli unici accreditati, e preparati, ad
intervenire in situazioni di conflitto armato, e questo addirittura facendosi dare anche compiti di aiuti umanitari.
Infatti, per giustificare l’intervento del nostro paese nella seconda guerra dell’Iraq si è molto sottolineato l’impegno dei nostri militari in attività umanitarie (scuole, ricerche archeologiche, assistenza agli inabili, ecc.;ecc.)., mostrate molto spesso dalle nostre televisioni . Ma se si prende in analisi questo intervento le notizie sulle cifre rispettive davano, per i primi tempi, le spese per aiuti al 10% della spesa totale dell’intervento (intervista a Venerdì di Repubblica del Generale Angioni) , ed in seguito, con l’aggravamento della situazione in quel paese, si è parlato di solo il 5% della spesa specifica, ed una inchiesta dell’Espresso parla addirittura di solo 1% .. Ed anche il India, dopo lo tsunami, è avvenuto qualche cosa del genere. L’India, infatti, che è uno dei paesi del mondo che spende più in armamenti, e che, recentemente, si è anche munito della bomba atomica, ha spesso dato all’esercito, ben munito di attrezzature e di personale, proprio il ruolo di aiuto alle vittime dello tsunami, trascurando del tutto le ONG di ispirazione gandhiana che sono presenti in tutto il territorio ma con pochi soldi e pochissime attrezzature.
Come mai questo travisamento della
funzione principale dell’esercito, che è quello di fare la guerra, dando a questo i compiti di aiuti umanitari?
Secondo
E che dire poi della prevenzione dei conflitti armati? Da questo punto di vista uno dei fatti più illuminanti è emerso durante un Convegno su “ Intervento civile: una opportunità per la pace”. tenuto a Parigi nella Sala Colbert del Parlamento Francese (26 / 27 ottobre, 2001) Il colloquio era organizzato dal Comitato Francese per l’intervento civile di pace, e dall’Istituto di Ricerca sulla Risoluzione Non-violenta dei conflitti. Quest’ultimo è un centro di ricerca diretto da J.M. Muller, ed al quale partecipano altri noti studiosi francesi come J. Semelin. Del Comitato organizzatore facevano parte molte organizzazioni francesi che fanno interventi di questo tipo all’estero.
Al convegno
hanno partecipato anche il Ministero degli Affari Esteri, con alcuni membri
della Commissione Parlamentare su questi temi, il Ministero francese della
Difesa, che ha inviato due suoi esperti,
Ma se si va a vedere i documenti sul convegno pubblicati sulla rivista “Alternatives Nonviolentes” (n.124, 2002) di questa dichiarazione del generale rappresentante del Ministero della Difesa Francese sul desiderio dei militari, prima di essere mandati in guerra, che si affronti più seriamente, a livello politico, il problema della prevenzione dei conflitti armati non c’è alcuna traccia. E’ chiaro che dichiarazioni di questo tipo i militari stessi non possono farle,e se le fanno, come in quel caso, le devono nascondere.
I Corpi Civili di Pace e gli aiuti umanitari
Ma per il caso del Libano sta succedendo invece un altro equivoco.
Tutti parlano dell’importanza di mandare in questa area non solo i militari,
questa volta effettivamente sotto l’egida dell’ONU, ma anche i Corpi Civili di Pace. Ma c’è la
tendenza opposta, quella cioè di credere
che qualsiasi cosa facciamo i civili in quella area, e perciò anche
attività di aiuto umanitario, queste verrebbero ad essere compiti di Corpi
Civili di Pace. Questo equivoco è stato
anche influenzato dallo statuto della Comunità Europea, non approvato per il
referendum fallito in vari paesi europei, ma che, secondo quanto si dice,
verrebbe riproposto in termini
abbastanza simili. In questo infatti si parla
dell’opportunità di costituire dei Corpi Europei Civili di Pace, ma si
colloca questa operazione nel settore
degli aiuti umanitari. Cosa che, oltre che dalle organizzazioni che si occupano
di questo tipo di interventi, è stata contestata anche dalle organizzazioni
umanitarie stesse che non vogliono che i
due tipi di lavoro vengano confusi tra di loro,
e che, talvolta, almeno alcune di loro,
si sentono più sicure ad essere sotto scorta dei militari che di Corpi
Civili nonarmati. Bisogna dire che anche Gandhi, tra i compiti previsti per gli
Shanti Sena (Corpi di Pace indiani), vedeva anche gli aiuti in caso di
emergenza umanitaria. Ma bisogna tener conto
che quando Gandhi scriveva queste cose non esistevano assolutamente, ed
in India non esistono tuttora, organismi
tipo
Da questo punto di vista è bene tener presente che i due tipi di attività su indicate, pur
importanti tutte e due, hanno una differenza di fondo: quelle dei Corpi
Civili di Pace sono orientate alla prevenzione dei conflitti armati, ed
alla ricerca di soluzioni alternative alla guerra ed alla lotta armata; quelle umanitarie
alla difesa delle fasce più deboli della popolazione, per evitare una loro
morte per fame, e permettere loro di sopravvivere alle carestie ed alle guerre.
Che tra questi due tipi di interventi ci siano importanti interconnessioni, è
chiarissimo. Questa interconnessione emerge con grande chiarezza da un detto
dell’Abbè Pierre, un prete francese che si è molto dedicato all’aiuto delle fasce
emarginate della società, che scrive: “Aiuta subito chi ha bisogno, ma lotta
contro le cause del suo bisogno: ognuna
di queste due attività non può essere trascurata senza rinnegarsi a
vicenda”. E’ chiaro che se non si lotta
contro le guerre, prevedendole e
prevenendole, a causa delle loro
distruzioni di persone e di beni, il numero
di persone senza casa, senza lavoro,e senza un minimo di sussistenza,
spesso anche rifugiate in altri paesi perchè profughi, aumenterà notevolmente;
ma se non si aiutano subito queste persone in disgrazia ed in condizioni di
vita miserevoli, questo stato farà
crescere tra di loro, o la loro estrema
alienazione e passività tanto da renderle eterne dipendenti dagli aiuti
esterni, oppure un senso di ribellione
verso gli altri, quelli che stanno bene,
tanto da convincerli ad usare o il terrorismo o la ribellione armata, od anche la criminalità,
per uscire dal loro miserevole stato. E questo a sua volta incrementerà
le lotte armate e la violenza. Ma
questi interconnessioni reciproche non
significano che necessariamente
questi due tipi di attività debbano essere portati avanti insieme. Alcune
organizzazioni ci sono riuscite, tra queste sicuramente i “Medici senza
frontiera” ed “Emergency”, ma molte altre si limitano, perché è più facile
trovare i fondi per questi problemi dato che
la gente si commuove vedendo le persone in stato di bisogno, a svolgere attività di aiuto umanitario, e
l’attività di previsione e prevenzione dei conflitti armati viene spesso del
tutto trascurata. Secondo i nostri calcoli per la prevenzione della guerra del
Kossovo si è speso solo un Euro ogni 140 spesi per fare la guerra e per gli
interventi umanitari subito dopo la guerra stessa, e le spese per la
prevenzione sono state soprattutto fatte a ONG e non dagli stati stessi che si
sono impegnati nella guerra (L’Abate,
1997,1999). D’altra parte queste due
tipi di attività richiedono anche capacità e conoscenze diverse, per l’aiuto
umanitario spesso può bastare una buona volontà ed un buon cuore, e qualche
capacità organizzativa; per la previsione,
la prevenzione dei conflitti armati, o per le altre attività previste
per i Corpi Civili di Pace, ci vuole una grande preparazione umana e sociale, e molte conoscenze sui modi per risolvere
nonviolentemente i conflitti, per
mediarli o per trasformarli
creativamente. E queste competenze sono molto più difficili a trovare, e
richiedono, oltre all’impegno personale, anche
una professionalità
specifica.
Quali possibili strategie per accelerare la nascita di veri e propri
Corpi Civili di Pace?
Abbiamo già detto
che i Corpi Civili di Pace tardano ad essere costituiti, e si preferisce
invece potenziare, anche a livello europeo, la risposta militare alle
crisi, pensando che questo sia il modo giusto di procedere,il che, secondo noi,
non è vero. Cercheremo perciò di vedere come è possibile incentivare questo
processo che procede così
lentamente. Visto che si sono fatti passi molto ridotti nell’organizzazione dei Corpi Europei
Civili di Pace di cui pure si parla nel
Trattato della Costituzione, ma con gli equivoci su accennati, e che anche
l’Ulivo, attualmente al governo nel nostro
paese, ne accenna nel suo programma, sembra importante elaborare una
strategia per sviluppare la coscienza dell’importanza di questo strumento, e
per implementarne la loro realizzazione.
Ma
quali le possibili strategie? Un
ricercatore per la pace australiano che ha studiato a fondo come sradicare la
guerra (Martin,1990) individua, per questo compito, tre possibili strategie:
La strategia politica
tradizionale. Questa prevede la sostituzione
della classe dirigente che sia contraria ad una politica di pace, con un'altra più aperta a questi problemi
e decisa ad invertire la rotta. Questo può,
normalmente avvenire o attraverso
una rivoluzione (disarmata e nonviolenta, perché, nel
caso fosse armata la pace si allontanerebbe), o attraverso il voto.
L'obbiettivo è quello di cambiare il
gruppo al potere mandando al suo
posto uno più aperto ai problemi della pace . Questa strategia può avere
effetti positivi quando riesce, senza l'uso delle armi e senza morti e
distruzioni, a portare al potere una classe politica meno corrotta e più
determinata a battersi contro i meccanismi della "macchina bellica mondiale".
Ma ha due grossi difetti: 1) rischia di far sottovalutare i meccanismi
costringenti che impediscono ai governi
nazionali di essere realmente autonomi
nelle loro prese di decisione. Ad esempio di
questo può essere richiamata l’esperienza del nostro paese in rapporto alla guerra del Kossovo. In questa le sinistre al governo hanno dovuto tener conto, come dice D’Alema,
allora prima ministro del nostro paese, nella sua intervista sul Kossovo, a
giustificazione del nostro intervento nella guerra (D’Alema, 1999), , che “nella difesa
e nella politica estera, la sfera decisionale è ormai particolarmente
complessa, si combinano elementi sopranazionali e meccanismi formali
intergovernativi. Chi rappresenta l’Italia decide insieme ad altri, può essere
messo in minoranza ed io credo
debba con responsabilità accettarla… Il rischio peggiore –continua – è stare in
un paese che non conta niente, espulso dai luoghi dove si decide. Questo è un
caso in cui l’eccesso di democrazia apparente ti preclude la democrazia vera,
perché ti emargina dalle sedi dove si decide anche per te”: (ibid. p.37).
“Questo sembra significare, in altre parole - scrivevo io in un mio libro
precedente (L’Abate, 2001, p.26) – che l’appartenenza alla NATO sospende, o
almeno riduce notevolmente, le regole democratiche del nostro paese,
subordinandole appunto alle decisioni prese in altre sedi in cui gli interessi
militari-strategici di altri paesi possono prevalere su quelli dei cittadini
italiani. Che significa questo se non che di fronte alle decisioni di fare la
guerra e la pace la democrazia è ormai una parola vuota?” A conferma di questo
D’Alema aggiunge: “La delega a pochi è
una condizione di funzionamento della democrazia moderna. Viviamo in un’epoca
in cui il circuito delle decisioni non è più nazionale (ibid. p.38) ”. Come
si vede la tesi di D’Alema, autorevole rappresentante della sinistra ed attuale
ministro degli Esteri del governo Prodi, è esattamente il contrario di quanto
sostenuto da Aldo Capitini (Capitini, 1969,1999), da pianificatori come John Friedmann (Friedmann,1993, 2004),
e ripreso anche in molti dei lavori dei
Forum Mondiali, e cioè che bisogna superare la democrazia puramente delegata
per arrivare ad una democrazia come partecipazione, al ”potere di tutti”
capitiniano, o alla “democrazia inclusiva” di Friedmann (ibid.). Questa limitazione di libertà, e
questa impossibilità a portare avanti
una politica veramente innovativa, a
causa di queste costrizioni internazionali, può portare alla delusione da
parte della popolazione nel vedere la
difficoltà di agire a livello di un singolo paese contro mali che affliggono
l'umanità intera, e contro un sistema che rischia di stritolare o annullare la
volontà rinnovatrice di un gruppo o di una classe. E questo, a sua volta, può provocare una reazione del pubblico che non
si rende conto dei reali condizionamenti e che perciò può votare per rimandare
al potere la classe dirigente di prima.
2) Il secondo grosso limite di questa strategia, secondo Martin, è quello che
non mette in discussione la struttura di potere di tipo
verticistico basato sulla delega, che impedisce
forme di partecipazione di base più intensa e decentrata che potrebbero
permettere un valido rapporto tra base e vertice, un controllo reale della
classe dirigente da parte della popolazione, ed anche forme di difesa del paese
nonviolente (Drago, 2006), che implicano una grossa partecipazione ed impegno
popolare, sia nel caso di attacchi esterni, sia in quelli di golpe interni.
La
seconda strategia indicata da Martin è quella più frequentemente messa in
funzione dal movimento per la pace italiano. E' quella dell'organizzazione di forme di pressione dal basso che
"costringano", o "consiglino", il potere a fare
concessioni, sociali economiche e politiche, nelle direzioni auspicate dai
movimenti per la pace e per la solidarietà. I limiti citati per la prima
strategia valgono anche per questa in quanto accetta la struttura di potere
attuale (sostanzialmente centralizzata e verticistica) ed agisce molto
limitatamente per modificarla.
La
strategia più valida, secondo questo studioso, per lottare validamente per la
pace e la giustizia sociale è invece la terza. Questa prevede non tanto di
chiedere o premere perché altri, il potere, faccia quello che noi riteniamo
importante sia fatto, ma l'organizzarsi a
livello di base per farlo noi stessi. Senza “aspettare Godot”, si potrebbe
dire ricordando la commedia omonima. Questo comporta un grosso lavoro per
organizzare quelli che potrebbero essere chiamati dei veri e propri
contropoteri, ma che si dovrebbero invece chiamare "poteri reali di base".
Nell'immagine della rivoluzione russa questi erano i “soviet”, in quella degli
anarchici spagnoli nella resistenza al fascismo i “gruppi di affinità”,
nell'immagine del potere di tutti capitiniano è lo sviluppo di “organismi di
autogestione” nelle fabbriche, nei quartieri, nelle scuole, nelle campagne, od
anche all'interno di singole categorie professionali. Nella concezione
capitiniana, come sottolinea giustamente Bobbio
(introduzione a Capitini,
1999,2005), questi organismi non devono sostituire la democrazia parlamentare,
ma si presentano come una aggiunta a questa, per renderla più vicina alla
popolazione che ha il compito importante di controllarne il valido
funzionamento. Esempi di organismi che hanno portato avanti un lavoro di questo
tipo, molto importanti proprio per una azione nel campo della pace, sono il
lavoro di Danilo Dolci in Sicilia che, lavorando a stretto contatto con la
popolazione locale in una forma di programmazione partecipata, ha portato a migliorare le condizioni di vita della
popolazione di una zona piuttosto vasta attraverso la costruzione della diga
sul fiume Iato (Dolci, 1964,1968,1972 ), oppure organizzazioni tipo i
"medici contro la guerra" nella quale i medici stessi si organizzano
per lottare contro la guerra e per cercare di prevenirne l’esplosione, oppure
gli "insegnanti per la pace e per la nonviolenza", o organismi di
autogestione che si sono creati nell'università o nelle scuole secondarie
superiori, al tempo delle occupazioni. Ed anche i “centri sociali autogestiti”.
Altri esempi sono le organizzazioni di base non governative che lottano contro
la droga (ad es: il Gruppo Abele), per la solidarietà con il terzo mondo (ad
es: Mani Tese, Cospe, Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano - Pisa,
ecc:), o per lo sviluppo di metodi di lotta nonviolenti (come il MIR, il MN,
Pax Christi, ecc.), o quelli che portano avanti lotte nonviolente ambientaliste
(es. Greenpeace, ecc.).
Ma
troppo spesso questi organismi si chiudono nel loro interesse settoriale e
particolare, e non portano avanti una politica comune che trascenda i propri
campi e le proprie specifiche competenze. Un tentativo di superare questi
particolarismi è quello Rete di Lilliput cui aderiscono moltissime
organizzazioni di base del nostro paese . Una strategia di questo genere, che
lavora dal basso per fare le cose che il potere trascura cercando però anche di
stimolare il potere perché questo sia più attivo (unendo nel loro lavoro perciò anche elementi della
seconda strategia su accennata) ha molte più possibilità di agire a fondo nel
nostro sistema sociale perché, nell'agire, modifica anche la struttura di
potere centrale portando, da una parte, ad un suo decentramento reale alla
base, e dall'altra, grazie alle pressioni di base, può aiutare
il potere centrale, se questo è attento e capisce l’importanza di questo
modo di agire, a contrastare le scelte (o almeno a non farsene influenzare
eccessivamente) di quelle organizzazioni internazionali (Banca Mondiale,
F.M.I., multinazionali, Nato) che sono parte integrante della macchina bellica
ed elementi portanti del "circolo vizioso" della guerra di cui ho
parlato in altri miei scritti.(L’Abate, in Cavagna, 1996)
I Corpi Civili di Pace e la diplomazia dal basso
Un lavoro comune tra tutte queste
forze ed organismi di base che non si
limitino ad attività puramente umanitarie ma desiderino contribuire anche alla
prevenzione della guerra e dei conflitti armati, potrebbe rendere effettiva la
proposta di una valida diplomazia popolare, dell'apertura di vere e proprie
ambasciate di pace, o dell'organizzazione di Forze Nonviolente di
Interposizione (o Corpi Civili di Pace) che intervengano in situazioni di
conflitto, come ha fatto Mir Sada nella
Ex-Jugoslavia, o
Ma un altro aspetto importante di questa
strategia è quello del doppio binario, e cioè di un lavoro fuori
e dentro le istituzioni che riesca ad unire, in modo sinergico, gli sforzi per
modificare la situazione che emergano sia all’interno che all’esterno delle
istituzioni stesse. Da varie esperienze avute, nelle lotte in Maremma contro le
centrali nucleari, o contro l’impianto
di missili di primo colpo, come i Cruise a Comiso, utilizzabili solo per
attaccare e non per difenderci, in
contrasto perciò con l’art.11 della nostra costituzione repubblicana, ne ho tratto l’insegnamento che, per
raggiungere un valido cambiamento sociale,
bisogna avere un doppio binario (per
utilizzare la metafora dei
treni). E cioè la presenza
di persone esterne all’istituzione che lottino per cambiare i progetti
istituzionali che esse ritengono errati, ma
avendo anche persone interne a quelle stesse istituzioni che appoggino
queste lotte e cerchino, dall’interno, di modificare le decisioni spesso già prese senza tener conto delle esigenze
della base. Il cambiamento reale viene
sia dalla pressione esterna, che è molto più forte e valida se i gruppi hanno
scelto la terza strategia e se perciò queste organizzazioni hanno già
esperienza di modi alternativi di operare in quel settore, sia dall’iniziativa interna alle istituzioni
che dovrebbero operare in quel campo ma che spesso si lasciano trascinare da
esigenze o di singoli partiti, o di alleanze , o di organismi sopranazionali
spesso monopolizzati da interessi non sempre chiari o legittimi (ad esempio le
multinazionali,
Corpi
civili di pace professionali o volontari?
Se si viene a parlare dei Corpi Civili di Pace si pone subito il dilemma: questi dovrebbero essere composti da professionisti che fanno questo tipo di attività come lavoro a tempo pieno e sono preparati espressamente per questo ruolo, oppure da volontari come quelli che, all’interno di alcune delle associazioni di cui abbiamo parlato, si sono già impegnati da tempo, e spesso anche in luoghi diversi , in questo tipo di lavoro ? La risposta a questo quesito riporta a quanto abbiamo detto prima sul “doppio binario”. Anche se alcune delle associazioni hanno personale pagato che lavora a pieno tempo, ed anche una delle associazioni che fa interventi di questo tipo in situazioni di conflitto come “Nonviolent Peace Force” dà agli operatori che intervengono nei suoi progetti un salario, non paragonabile a quello delle Organizzazioni Internazionali Governative, ma sufficiente a mantenere l’abitazione e la famiglia del volontario stesso, un corpo civile di pace come quello di cui si parla a livello europeo che, in una prima ipotesi fatta in uno degli incontri di studio preliminari in Austria, è stato quantificato ad un minimo di 1000 ed un massimo di 2000 persone, non potrebbe essere formato da volontari ma richiede, sia per i salari che per le attrezzature necessarie (auto, strumenti di comunicazione, aerei, ecc.) un investimento notevole che nessuna delle organizzazioni che lavora in questo campo ha attualmente a disposizione. Dovrebbe perciò essere gestito direttamente dalla Comunità Europea ed avere personale, ben preparato appositamente, che fa questo tipo di lavoro a pieno tempo, ed a tempo prolungato (anche tutta la vita). E perciò deve essere formato necessariamente da professionisti. Ma questo sicuramente non basta. I limiti di un contingente di questo tipo sono di due tipi: uno numerico ed uno politico. Partendo da quello numerico 1000 o 2000 persone possono essere molte, od anche troppe, in certe situazioni, ed in certi paesi, ma possono anche risultare non sufficienti in altre circostanze. Se si va a vedere infatti i vari casi di interposizione nonviolenta in conflitti armati che hanno avuto successo (L’Abate, in Drago, Soccio, 1995) in alcuni casi le persone che sono intervenute, ed hanno portato alla fine del conflitto armato erano poche migliaia (Algeria, 1961), ma in vari altri casi il loro numero era molto superiore e si aggirava sulle 60.000 (Cina,1968), ed anche oltre 100.000 (Filippine,1986). Ma l’aumento del numero delle persone impiegate a pieno tempo in questo campo non risolverebbe del tutto questo problema a causa del secondo limite: quello politico. Infatti l’elemento importante per il successo delle iniziative su indicate non è stato tanto il numero in sé quanto la caratteristica delle persone impegnatesi. In tutti questi casi la caratteristica delle persone che si erano intromesse tra le due parti in conflitto per chiedere la fine dei combattimenti (con cartelli e scritte del tipo “di sangue ne abbiamo versato anche troppo” “basta sangue, usate la ragione e non le armi!,” ecc.) era quella di essere persone legate alle due parti da legami di parentela (padri, madri, figli, o altri parenti ) (Algeria, Filippine), oppure da legami politici- ideologici (operai delle fabbriche e contadini - ispirati, sembra, dallo stesso Mao - nel caso del conflitto, in Cina, tra studenti di due fazioni maoiste in conflitto l’una con l’altra). Le persone coinvolte direttamente in prima persona in un conflitto, non accetterebbero facilmente l’aiuto di persone esterne, ad esempio di un Corpo di Pace Europeo di tipo professionale che sia intervenuto per sedare il conflitto, appunto per la caratteristica diversa delle persone impegnate (professionisti da una parte /semplici cittadini dall’altra), mentre sarebbero sicuramente più pronti ad accettare l’aiuto di Corpi Civili che fossero composti da volontari, e che perciò non guadagnino dall’intervento ma lo facciano per ragioni umanitarie e di solidarietà con le popolazioni stesse coinvolte nel conflitto. Inoltre professionisti stipendiati, proprio per il ricatto del salario, sono costretti a seguire la politica di chi li paga, in questo caso dell’Unione Europea, politica che potrebbe essere vista dalle popolazioni locali come avere interessi suoi propri non necessariamente comuni a quelli delle popolazioni in conflitto. Da lì una certa diffidenza e distacco, e notevoli difficoltà a collaborare insieme. Istruttiva a questo riguardo è l’esperienza dei Corpi di Pace statunitensi che spesso, dalle popolazioni locali, venivano visti non come dei veri collaboratori ma come una lunga mano della politica USA nei loro riguardi, e che venivano spesso considerati degli strumenti dello spionaggio della CIA, e forse, in alcuni casi, lo sono stati, probabilmente per l’infiltrazione, al loro interno, di spie ufficiali di questa organizzazione. Questo potrebbe succedere anche per i Corpi Civili di Pace Europei se prevale la loro caratteristica puramente istituzionale. Da qui l’importanza di avere, non in alternativa ma in aggiunta ai professionisti, una quota rilevante (molto più numerosa dei primi) di persone che facciano parte anche loro dei Corpi Civili di Pace, ma come volontari – con simboli ed indumenti diversi ben distinti dagli altri - , collegati ad organizzazioni di base che abbiano scelto, come alcune delle associazioni prima indicate, come loro missione e vocazione, non la politica del proprio paese, ma la lotta contro la guerra, per la previsione e la prevenzione dei conflitti armati, e per la ricerca di soluzioni nonviolente dei conflitti. Ma anche queste persone hanno dei limiti ben precisi, il primo è quello della continuità dell’intervento. Una persona normale, che ha un lavoro qualsiasi con il quale mantiene la propria famiglia, non può assentarsi che per un periodo di tempo determinato, che spesso coincide con le sue vacanze. Ma il lavoro per la pace richiede tempi lunghi. Comunque ci sono situazioni che possono facilitare questo tipo di attività. Ad esempio i professori universitari, avendo la possibilità di avere periodi di congedo anche lunghi per ragioni di studio, possono passare all’estero anche periodi prolungati utilizzati non solo per studiare un conflitto (secondo uno studioso belga di questi temi, Reichler, addirittura per adottarlo - Reichler, 1997) , ma anche per cercare delle possibili soluzioni ed implementarle. Tutte attività queste che sono in totale sintonia con l’attivazione di Ambasciate di Pace che sarebbe molto importante diffondere in varie parti del mondo. E questo almeno fino a quando le nostre ambasciate ufficiali si preoccupano quasi esclusivamente di attivare il nostro commercio con l’estero, sottovalutando spesso le implicazioni che questo (pensiamo ad esempio alla ricerca di committenti per le nostre armi, ma non solo per queste) può avere sullo sviluppo di conflitti armati. Secondo molti studiosi l’appoggio economico dato dal nostro paese a Milosevic, per esempio attraverso l’acquisto di quote importanti del servizio radio-televisivo e postale della Serbia, è stato un fattore importante per permettergli di superare le agitazioni interne, comprese quelle dei militari (dato che per molto tempo Milosevic non riusciva nemmeno a pagare gli stipendi del personale pubblico, e queste categorie erano in continua agitazione), ed anche per incoraggiarlo ad usare la maniera forte contro gli albanesi del Kossovo, portando perciò la guerra in quella zona. Questa possibilità di un congedo per ragioni di studio, avuto per due anni consecutivi, ha permesso a me personalmente, ed a mia moglie che mi ha accompagnato, la riapertura dell’Ambasciata di Pace in Kossovo e lo svolgimento di studi, la partecipazione e l’organizzazione, da parte della campagna Kossovo che gestiva quella Ambasciata, di iniziative varie per la prevenzione della guerra. (L’Abate, 1997, 1999). Malgrado che la fine della guerra sia poi stata raggiunta attuando proposte che erano state già individuate in precedenza, prima del suo inizio, da una organizzazione nongovernativa svedese (Transnational Foundation for Peace and Future Studies TFF), riprese ed arricchite anche da noi, non siamo riusciti ad evitare l’esplodere del conflitto armato perché gli interessi per la guerra da parte degli USA (per costruirsi poi in Kossovo una delle più grandi basi militari dei Balcani), e della Nato (per fare considerare questa alleanza necessaria anche dopo il crollo del patto militare di Varsavia), erano ben più forti dello scarso peso politico della nostra e di tutte le altre organizzazioni non governative che si sono adoperate per trovare soluzioni pacifiche e concordate al conflitto in atto (L’Abate, op.cit.; Fumarola, Martelloni, 2000) .Ma a questo fallimento ha anche influito l’insipienza della nostra diplomazia, e la scarsa attenzione data dai politici nostrani, ed anche di altri paesi, alla prevenzione dei conflitti armati. Questo viene del resto riconosciuto anche da D’Alema, allora Presidente del Consiglio, nell’intervista sopracitata . Dice D’Alema, parlando appunto degli insegnamenti derivati da quella guerra. “Abbiamo anche appreso lezioni severe: oggi sappiamo, con più chiarezza di prima, che dobbiamo impegnarci molto più a fondo nella prevenzione delle crisi. La tragedia potenziale del Kosovo era evidente già alla fine degli anni Ottanta: l’abbiamo trascurata, l’abbiamo lasciata marcire e poi esplodere, abbiamo a lungo guardato altrove ed alla fine siamo dovuti intervenire con la forza. Se avessimo reagito subito forse l’uso della forza, con tutte le sue drammatiche implicazioni, non sarebbe stato necessario” (D’Alema, 1999, pp.110-111). Dalla nostra esperienza possiamo dire, con sicurezza, che quel ”forse” di D’Alema, da noi sottolineato, si sarebbe potuto eliminare se la nostra diplomazia non avesse pensato solo alla ricerca di creare in Serbia una zona di “mercato privilegiato” per le nostre industrie, ed avesse pensato invece a studiare in modo serio , anche con il nostro aiuto che abbiamo sempre offerto, come risolvere “la tragedia potenziale del Kosovo” di cui parla D’Alema , in modo pacifico e costruttivo. La guerra, non ha affatto risolto i problemi di quell’area, ed anzi ,credo si possa dire coscientemente, li ha aggravati.
Ma dopo questa lunga digressione sulle
potenzialità di docenti
universitari, dato che questi sono sicuramente una estrema minoranza tra coloro
che si impegnano concretamente sui problemi della pace, torniamo ai limiti dell’intervento del volontariato in progetti
dei Corpi Civili di Pace. Questi non possono
essere portati avanti da persone a turno, come siamo stati costretti a
fare nell’intervento dei Volontari di Pace
di Medio Oriente prima della guerra del Golfo del 1991 (L’Abate, Tartarini, 1993). In questa si facevano turni di presenza
di 15 giorni, tranne alcuni come il sottoscritto che è potuto restare per circa
tre mesi grazie ai privilegi dell’essere docente universitario, e l’essere
stata, la docenza universitaria, divisa in semestri. Ma questo cambiamento
continuo di persone rendeva il lavoro
frammentario e non ben coordinato, indebolendone seriamente la qualità. Ed
infatti organizzazioni come le P.B.I, (Peace Brigades
International), od anche come l’Operazione Colomba,
chiedono, giustamente, la presenza per almeno sei mesi, e recentemente, le PBI,
addirittura per un anno. Ma una presenza
così prolungata è possibile solo da
parte di giovani che non abbiano ancora una famiglia ed un lavoro, e che possono entrare anche nei
quadri del Servizio Civile previsto dai
progetti approvati dall’Ufficio
Nazionale per il Servizio Civile (UNSC).
Ma queste persone non hanno molta esperienza
e solo con molte cautele sono utilizzabili in situazioni pericolose di
pre-conflitto, o di conflitto già aperto, come quelle in cui si prevede possano e debbano intervenire i
Corpi Civili di Pace. Le squadre del Balkan Peace Team,
intervenuti con noi durante la prima guerra del Golfo, erano invece in gran parte composte da
persone anziane, pensionate, con figli
già adulti e sistemati, e che, perciò, si sentivano libere anche di rischiare
la loro vita per l’ideale di pace e di nonviolenza cui si erano dedicate. Ed
erano spesso persone con una lunga esperienza di lotte nonviolente, o di lavoro
in organizzazioni anche complesse, e che potevano perciò essere molto utili
anche alla popolazione locale per aiutarla a superare i limiti di
disorganizzazione spesso presenti tra i gruppi locali più emarginati e meno
capaci di azione organizzata. Per questo è molto interessante
I Corpi Civili di Pace e
Per far comprendere meglio i possibili collegamenti tra i Corpi Civili di Pace e la Difesa Popolare Nonviolenta (DPN),che qualcuno ritiene invece completamente diversi e staccati, ho elaborato, durante un convegno su questi temi svoltosi in Germania, un triangolo che viene riprodotto alla pagina seguente

I tre angoli sono: da una parte i gruppi locali che devono lavorare sul loro territorio per affrontare i problemi ivi presenti (razzismo, mafia, corruzione, deterioramento dei principi democratici, ecc.), ed appoggiare localmente le iniziative internazionali in corso; dall’altra la presenza di volontari a lungo e medio termine in situazioni di conflitto latente in cui la loro presenza, e soprattutto l’appoggio ai movimenti pacifisti e nonviolenti stranieri, possano aiutare a prevenire l’esplosione di un conflitto ed a trovare soluzioni nonviolente. .Questa presenza a lungo termine in situazione di conflitto, riprendendo alcune esperienze fatte dai quaccheri, le abbiamo chiamate “ambasciate di pace”. Ed infine l’angolo del coordinamento nazionale ed anche internazionale che è indispensabile perché il tutto funzioni. Al centro del triangolo abbiamo posto quelle che abbiamo definito FNP (Forze Nonviolente di Pace), sotto forma di azioni a breve raggio, come marce, invasioni pacifiche, tentativi di interposizione nonviolenta, ed altre iniziative di questo tipo, che possano risultare indispensabili, o almeno utili, come appoggio alla resistenza nonviolenta della popolazione locale nelle zone a rischio (dove è collocata l’ambasciata di pace). Questo, d’altra parte, mi sembra concordare in pieno con il modello organizzativo proposto dai tedeschi al loro “Servizio Civile di Pace” in cui si riconosce che questo deve essere attivo, non solo per la soluzione nonviolenta dei problemi interni, ma anche per possibili interventi internazionali.
In
alto al triangolo c'è un coordinamento internazionale. Qualcuno ha detto:
"Ma se non riusciamo a coordinarci nemmeno a livello nazionale, come
possiamo sperare di farlo ad un livello più vasto”?. È questa la sfida che
hanno di fronte a loro i movimenti per la pace e per la nonviolenza: cominciare
ad organizzarsi sia a livello nazionale che internazionale, per contrastare la globalizzazione fatta in funzione del capitale e del
mercato, con una globalizzazione dal basso per la
pace ed i diritti umani. Ci sono alcuni
segnali positivi che vanno in questa direzione. Per esempio i successi e la
grande partecipazione ai Forum Mondiali per una Alternativa mostrano il grande
interesse verso soluzioni di questo tipo. : Non deve più succedere, infatti,
quello che è avvenuto soprattutto in
Iraq dove gli interventi sono
stati portati avanti dai singoli gruppi ed associazioni in modo abbastanza
scollegato l’uno dall’altro. E per quanto riguarda le marce in Bosnia, dobbiamo
tenere presente che l'intervento, sia il primo che il secondo, hanno richiesto
molto tempo per la preparazione dei volontari che vi partecipavano. E questo ha danneggiato lo stesso intervento
facendolo arrivare quando il conflitto era a livelli tali da rendere difficile
la sua interruzione, e non permettendo al primo di questo di collegarsi ad una
iniziativa spontanea della popolazione di Sarajevo in una marcia nonviolenta che è uscita dalla città ed è arrivata fino
alla zona in cui erano le truppe serbe, senza che queste reagissero,marcia
avvenuta tre mesi prima della marcia dei
Nel secondo angolo del grafico ci sono le "ambasciate di pace".. La permanenza di un gruppo di volontari a Sarajevo, in collegamento con la campagna "Si vive una sola pace" dei "Beati i Costruttori", è stato qualcosa di molto simile ad una ambasciata del genere. Ed una delle iniziative principali realizzate dalla Campagna Kossovo è stata l'apertura di una ambasciata di pace a Pristina che ha svolto un lavoro molto importante.
Secondo il progetto delineato attraverso il triangolo prima presentato l’Ambasciata di Pace dovrebbe essere collegata all'altro angolo del disegno, e cioè a dei gruppi locali che comincino ad utilizzare l'azione diretta nonviolenta sui problemi concreti. I problemi da risolvere a livello locale che richiedono l'uso di una azione di questo tipo sono moltissimi: dal razzismo crescente, alla sempre maggiore diffusione del mercato della droga, alla corruzione politica, all'esistenza di veri poteri criminali, come la camorra e la mafia, al rischio di una perdita di democrazia ed ad una centralizzazione del potere che porta, a sua volta, ad una ulteriore militarizzazione di tanti territori, alla presenza, nel proprio territorio di basi nucleari, o di porti dove attraccano navi che trasportano ordigni di questo tipo, ordigni che sono in completo contrasto con il Trattato di Non Proliferazione delle Armi nucleari sottoscritto dal nostro paese, la cui presenza nelle nostre basi configura il nostro sistema militare come offensivo, e non difensivo, come richiederebbe l’art. 11 della Nostra Costituzione. Questa infatti rifiuta la guerra come strumento di attacco. ecc. Questi fenomeni possono essere combattuti solo grazie ad una maggiore presa di coscienza della popolazione, ad una sua organizzazione di base, ed anche all'avvio di attività in loco che utilizzino l'azione diretta nonviolenta.
Il gruppo locale previsto nel grafico dovrebbe diventare
una fucina in cui ci si prepara a questo tipo di azione. Se ne parlava spesso
con le persone che erano con noi alla azione nella Ex-Jugoslavia
che è stata denominata Mir Sada. E’ un assurdo andare a
fare l'azione nonviolenta in Jugoslavia, e non averla mai fatta in casa
propria. Cominciamo ad usarla nel luogo nel quale viviamo, contro i problemi di
tutti i giorni, formiamo le persone a portarla avanti, cominciamo a vedere,
nella pratica, chi può essere in grado di portare avanti un certo tipo di
lavoro od un altro. Cominciamo a sperimentare come coinvolgere la popolazione
in questi tipi di lotte. Da questo tipo di attività possono scaturire
professionisti per i Corpi Civili di Pace, o volontari a lungo termine per le
ambasciate, od altri disposti ad interventi più brevi ma significativi, ed
anche forse più rischiosi, come quelli che dovrebbero portare avanti le Forze
Nonviolente di Pace- FNP (o Corpi Civili di Pace). Queste attività preparerebbero la popolazione
ad essere attiva ed utilizzare le”armi”
della nonviolenza anche nel caso fosse necessario difendere il nostro
paese da attacchi esterni, o interni,
alla nostra democrazia ed ad una valida
convivenza civile .
Nel disegno partono da ognuno di
questi angoli verso gli altri delle frecce bilaterali, di andata e ritorno.
Dall'ambasciata al coordinamento internazionale ed ai gruppi locali, e
viceversa. E dal coordinamento ai gruppi locali ed alle ambasciate. Questo per
sottolineare l’importanza del collegamento continuo tra questi tre angoli, o
strutture, del progetto totale. Nel caso delle FNP le frecce sono unilaterali.
I gruppi locali devono procurare
volontari, il coordinamento internazionale deve procurare i mezzi, gli
eventuali professionisti, e occuparsi dell'organizzazione complessiva. Le
ambasciate devono segnalare la necessità e l’opportunità di iniziative di
questo tipo e devono collegarle strettamente alle attività della popolazione
locale nella zona a rischio. Le FNP intervengono, quando ne risulti
l'opportunità e la necessità, nelle zone calde per evitare l'esplosione dei
conflitti armati e trovarne soluzioni nonviolente.
La Difesa Popolare Nonviolenta ed il Servizio
Civile
Il
passaggio dell’Ufficio Nazionale Servizio Civile dalla Presidenza del Consiglio
al Ministro della Cooperazione lascia intendere che è stata accettata, a
livello politico, la linea che ha portato all’esclusione di Antonino Drago (Drago, 2006, pp. 365 e segg.) , da
Presidente della Commissione di
Consulenza dell’UNSC, collegata all’interpretazione del nuovo presidente della Commissione che
l’obbligo costituzionale di
difesa del nostro paese può
esser adempiuto anche soltanto attraverso un lavoro umanitario di
solidarietà (ad esempio verso gli anziani, o i disabili) senza alcun bisogno di organizzare una Difesa Non-armata
e Nonviolenta di cui invece parla
l’articolo 1 della legge che costituisce
tale organismo. La Difesa Popolare Nonviolenta sulla quale si è scritto
tanto negli anni passati, e sul quale è uscito recentemente un importante
studio (Drago, 2006), sarebbe perciò solo un pio desiderio di alcuni utopisti,
mentre la difesa della Patria resterebbe perciò una salda prerogativa delle
Forze Armate. Che altro può significare questo passaggio, che del resto è in
linea con quanto previsto dal Trattato
di Costituzione Europea, non approvato dai referendum di alcuni paesi forse proprio per il suo
eccessivo peso alle armi (vedi
critiche di Obert, della TFFR svedese, nel sito di
questa organizzazione) , che vede i Corpi Civili di Pace non come un supporto alla difesa , alla
prevenzione ed alla risoluzione nonviolenta dei conflitti, come erano stati
voluti e previsti da Alex Langer e dai suoi
collaboratori, ma come un appoggio alle attività di tipo umanitario?. Questo va
molto bene alle grandi organizzazioni che operano in questo settore, e che
hanno visto l’eliminazione dell’obiezione come un attacco al loro lavoro, dato
che questo si basava moltissimo sul lavoro volontario degli obbiettori di
coscienza, e che vedono il servizio civile come un sostituto di questo lavoro,
ma che si sono poco o niente occupate di difesa popolare nonviolenta che non conoscono , come è pure vero dei Corpi Civili di
Pace di cui alcuni anni fa quasi
nessuno parlava , ma che ora sono nelle
bocche di tutti, ma spesso senza sapere nemmeno di cosa si tratta
Ma nel programma dell’Unione, che ora ha la maggioranza ed è al governo del nostro paese, c’è oltre all’impegno a costituire e dar vita ai Corpi Europei Civili di Pace, anche quello di organizzare un servizio civile per tutti i giovani. Questo impegno ricalca la proposta di legge dell’Onorevole Realacci, presentata pubblicamente a Firenze il 3 Settembre 2005 dallo stesso Realacci alla presenza dell’Onorevole Rutelli, di altri parlamentari della Margherita, e di importanti rappresentanti del mondo dell’associazionismo. Questa proposta prevede un servizio civile obbligatorio di sei mesi per tutti i giovani italiani, visto questo come un importante momento di socializzazione dei giovani e di rinforzo della solidarietà sociale in quanto aiuto alle fasce più deboli della popolazione.
Pur apprezzando le motivazioni di tale proposta, il direttivo dell’IPRI-Rete CorpiCivili di Pace, di cui fa parte anche il sottoscritto ha approvato, all’unanimità, le seguenti obiezioni di fondo al testo presentato, e le successive proposte alternative:
1)
L’Obbligatorietà di tale servizio ci sembra del tutto
improponibile. A parte infatti il palese contrasto con l’articolo 4 della
Convenzione Europea sui diritti dell’uomo che vieta forme di schiavitù e di
lavoro forzato (contrasto ben illustrato
dal magistrato Domenico Gallo nel suo articolo sul Manifesto del 21 Settembre
2005), la sospensione dell’obbligo del servizio militare pone, a questo tipo di
lavoro, problemi rilevanti: non si può infatti prevedere il servizio civile
come sostitutivo di quello militare, come era in passato. Se, nella legge, si
ponesse al centro di tale servizio, non tanto, e non solo, l’aiuto umanitario
alle fasce più deboli della popolazione,
ed indirettamente agli Enti che organizzano tali servizi, ma anche la Difesa Popolare Nonviolenta, o
2) Una seconda obiezione riguarda il periodo di sei mesi previsto da tale proposta. Chi ha esperienza di servizio civile sa che, a meno di impiegare il giovane in lavori puramente esecutivi (che non gli servono affatto per maturare ed apprendere una professionalità, ma solo agli Enti per risparmiare sul costo del lavoro - aumentando perciò il già elevato tasso di disoccupazione giovanile - , i sei mesi non sono affatto sufficienti a portare avanti un lavoro serio, se si tiene conto anche del necessario periodo di formazione. Quando il giovane ha imparato a svolgere bene i suoi compiti avrebbe finito il suo periodo di servizio.
3) La terza obiezione riguarda il salario previsto dal progetto. Mentre il salario dei militari, attraverso la loro professionalizzazione, viene notevolmente aumentato per rendere tale servizio appetibile, ai giovani di questo eventuale servizio civile obbligatorio verrebbe fatta l’elemosina di 300 euro al mese, non sufficienti né per mangiare né per un eventuale alloggio, a meno che questi servizi non vengano offerti dall’ Ente stesso, impegno che nel progetto non viene affatto indicato. Ma nel caso che questo fosse indicato e previsto, che interesse avrebbero gli Enti a spendere soldi per preparare i giovani, come si dice nella proposta, e dar loro prospettive professionalizzanti, per un tempo così ristretto e senza far fare loro lavori puramente esecutivi e bruti che permettono agli Enti di risparmiare in costo del lavoro ma che contraddirebbero agli obiettivi dello stesso progetto?
Ma il direttivo dell’IPRI-Rete Corpi Civili di Pace ha anche fatto alcune proposte alternative : Il costo di realizzazione di un tale progetto è molto elevato. Anche se la paga prevista è misera il numero di giovani “coscritti” (circa 800.000) è elevato e l’impegno economico del governo sarebbe perciò rilevante. Dato che il servizio civile volontario è attualmente richiesto da oltre 70.000 giovani, ben superiori ai posti previsti nei progetti approvati, perché non incentivare notevolmente i fondi a disposizione dell’UNSC (Ufficio Nazionale Servizio Civile) ed estendere il numero di progetti approvati? Il servizio in tale caso resterebbe volontario, sarebbe pagato un po’ di più di quello previsto dal progetto suddetto (415 Euro al mese, magari anche elevando tale cifra) , e durerebbe almeno un anno. E perché non allargare il novero delle persone intitolate a svolgere questi servizi ad anziani o altre persone di media età cui una legge apposita (vedi progetto Valpiana) permetta di avere una aspettativa di lavoro per almeno un anno? I progetti da svolgere potrebbero essere potenziati, e ulteriormente qualificati. Ad esempio le Comunità di Pace in Colombia, comunità che nella lotta armata tra l’ esercito governativo, i paramilitari da questo coperti, e la guerriglia, hanno scelto la neutralità e la nonviolenza, e non collaborano con nessuna di queste parti in conflitto (e per questo sono spesso soggette ad angherie, sequestri, uccisioni ed attacchi armati) richiedono con forza (vedi documento conclusivo del convegno “Colombia Vive!” , Cascina, 17-18 Settembre 2005) una maggiore presenza di osservatori ed operatori internazionali. Questi, come quelli ad esempio delle PBI – Peace Brigades Internazionali - stanno sul posto ed accompagnano, del tutto disarmate, i dirigenti di queste comunità che sono a rischio di azioni violente da parte soprattutto degli squadroni della morte. La presenza e l’accompagnamento di volontari delle PBI ha reso più difficili e rari questi attacchi. Ma questi volontari sono solo una trentina e possono lavorare soltanto con poche comunità di pace mentre molte altre comunità di questo tipo (oltre un centinaio) richiedono il loro aiuto. Perché un progetto del genere, che potrebbe coinvolgere varie centinaia di giovani civilisti, ed anche meno giovani nel caso si modificasse in questo senso la legge istitutiva, , non potrebbe entrare trai i progetti dell’UNSC ed essere approvato?. Sarebbe un modo concreto di portare pace in un paese da anni martoriato da cruenti conflitti armati:
Oppure,
rispondendo alle molte richieste di ONG Europee, ed alle mozioni ripetutamente
approvate dal Parlamento Europeo, perché non dar vita concretamente a Corpi
Civili di Pace nazionali, ma da integrare con quelli Europei, che intervengano,
disarmati ma ben preparati alla azione nonviolenta ed alla risoluzione
nonviolenta dei conflitti, ad esempio
nel conflitto Israelo-Palestinese, cui si è aggiunto
recentemente anche quello con il Libano,
per mitigare il conflitto attuale e farlo passare dall’azione armata ad un
confronto civile nonviolento?
Ed anche, soprattutto nel nostro paese, perché non dar vita, con volontari in servizio civile, a gruppi di azione nonviolenta da impiegare nella lotta alla criminalità organizzata (mafia o camorra) sviluppando attività di prevenzione sociale e di monitoraggio capillare del territorio?
Se il nostro paese vuole realmente operare per la pace deve sviluppare un tipo di lavoro e di attività di questo tipo, rischiose sì, ma sicuramente più produttrici di pace degli attuali interventi armati che spesso rinfocolano il terrorismo o la mafia invece di combatterli.
Un’altra richiesta, di cui abbiamo già parlato, è quella dell’approvazione della proposta di legge che riconosca una aspettativa dal lavoro di almeno un anno alle persone che lavorano e che si impegnino in attività di questo tipo (Corpi Civili di Pace).
Se queste proposte si tradurranno in leggi avremo fatto un passo avanti importante verso un mondo più pacifico nel quale la prevenzione dei conflitti armati, che questi corpi potrebbero notevolmente potenziare, non sia quella attività trascurata e residuale di cui ha parlato D’Alema nella sua intervista prima citata.
Firenze, 10 Novembre 2006 ALBERTO L’ABATE
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