Email di Enrico Peyretti
del 22 novembre 2006 (ore 12,26)
Propongo
alla comune riflessione qualche appunto sul governo e la politica militare.
Enrico Peyretti
Politica italiana
DAL MINIMO DI GUERRA
AL MASSIMO DI PACE
Le tensioni
interne al composito movimento pacifista e nonviolento hanno superato alcuni momenti
di maggiore asperità (nell’estate, sul rinnovo della missione in Afghanistan)
La quantità crescente
di spese militari per armamenti pesanti e troppi, e per mantenere un eccesso di
personale professionale nell’esercito; il rinvio tacito e inspiegabile del
ritiro dall’Iraq e la permanenza sempre meno spiegabile in Afghanistan, per una
concezione ancora troppo militare dei conflitti; la sopravvivenza, nella classe
politica e di governo, di retorica nazionale e soldatesca di fronte a dolori,
errori e orrori delle politiche armate; la continuazione della passività
italiana davanti alla presenza nucleare illegale e
espansiva (base di Vicenza) degli Stati Uniti sul nostro territorio: ecco, dopo
sei mesi, diversi motivi di delusione nei tanti cittadini che hanno votato la
coalizione di centro-sinistra per avere una più chiara politica di pace. Penso
che, d’altra parte, dobbiamo riconoscere al governo tentativi positivi sul piano diplomatico, anche per una conferenza
globale sul Medio Oriente; sostegno ad azioni dell’Onu (come la presenza in
Libano, ora diventata più difficile) riduttive dello sciagurato unilateralismo
statunitense; contatti per costruire una politica mediterranea di
collaborazione pacifica. Ma rimangono i pesanti motivi
di critica appena detti.
Se mi è
permessa una notazione personale, sono stato anch’io tra quelli che, nei mesi
scorsi, hanno proposto pazienza e fiduciosa attesa verso la politica estera del
governo attuale, e hanno ricevuto per questo critiche
pesanti, quasi delle scomuniche, da amici e compagni nel comune impegno per la
pace e la nonviolenza, quasi come traditori di questi valori.
Oggi credo che dobbiamo, al tempo stesso, disapprovare la politica
militare di questo governo, e difendere questo governo. Le alternative che si vanno ventilando – non è difficile
prevederlo - farebbero una politica peggiore, non solo sul piano militare, ma
in tutti gli altri settori. Criticare il governo e appoggiarlo non è contraddizione, ma libera relazione di stimolo. Farlo cadere
sarebbe un nuovo peggiore danno per la pace.
Questa
posizione ci permette e ci impegna - in corretta
competizione culturale e politica con le altre componenti della coalizione, in
collaborazione con le sue componenti più sensibili al pensiero della pace - ad
esigere dal governo dei passi avanti più significativi in una politica
internazionale che riduca progressivamente e continuamente lo strumento
militare platealmente controproducente e disastroso; che sviluppi la
cooperazione sociale e culturale tra i popoli, privilegiando i più bisognosi e
oppressi; che promuova la mediazione civile, l’intervento nonviolento a prevenire
i conflitti, e l’azione internazionale corretta, non imperiale ma secondo
Naturalmente,
a parte le loro idee personali, i governanti legittimamente si chiedono se
l’opinione pubblica li seguirebbe in una più decisa politica di pace. Noi non
ci facciamo troppe illusioni. Come nella classe politica, così nella
popolazione in generale è carente una positiva cultura
di pace, in grado di articolare in passi concreti il bell’obiettivo desiderato.
Ci sembra che la popolazione (a parte settori razzisti e bushisti) sia contro
la guerra, contro le guerre folli di questi anni
(anche, ma non solo, per paura), ma che attenda di vedere vie politiche di
pace, per sperare che la pace non resti un sogno fuori dalla politica, e un
motivo di disperazione storica.
Se la
politica di governo desse segnali sempre più chiari, e non equivoci, di voler
procedere senza esitazioni dal minimo di guerra al massimo possibile di pace,
se desse risposte non contraddittorie alla cultura di pace che fermenta nelle
coscienze più attente e laboriose, allora farebbe la parte che la politica può
fare, nei suoi limiti, per incoraggiare la morale popolare a passare da
interessi stretti ed egoisti, monetari, che spesso la infettano (anche e
specialmente in chi vive nel benessere), alla sensibilità per le sorti del
mondo, per il dolore e l’offesa alla vita della maggioranza dell’umanità depredata, esclusa, colpita.
In questa
sensibilità sta la nostra dignità. Vivere senza obiettivi di valore umano e
umanizzante è la massima miseria dei sazi avari. Ogni essere umano, anche
quando non è capace di vederli, ha bisogno di tali obiettivi. La politica,
contro quel che sembra, segue e non guida la società,
ma interagisce con la società e ha compiti anche decisivi. Il pensiero della
pace sente sempre più la propria responsabilità politica, oltre la
dichiarazione ideale e morale. Esso chiede, vuole, attende che la politica comprenda e decida con maggiore chiarezza e coerenza che il
suo senso e scopo è la pace positiva, cioè la gestione vitale, e mai mortale,
mai omicida, dei conflitti umani.
La politica non è solo uno spietato gioco di forze, ma un confronto
di valori e argomenti, di scopi, di idee, di numeri. I nostri numeri non sono
grandi, ma sono grandi i valori e gli scopi. Facciamo
che la politica abbia valore. La politica è costruzione di pace con mezzi
pacifici, altrimenti non è politica, non è arte e lavoro della convivenza, ma «magnum latrocinium». La cultura
costituzionale italiana, giustamente plurale, che si è difesa da culture incivili e affermata, sebbene di poco, negli
ultimi voti popolari, non può essere al di sotto di quella qualità e dignità
umana.
Enrico Peyretti (22 novembre 2006)