Antonino Drago:
UN PROGETTO DI
INTERVENTO NONVIOLENTO
In questi giorni si discute se sia possibile un intervento sulla guerra del
Libano, che sia rigorosamente nonviolento, al di fuori dell'intervento
militare. Quali finanziamenti? Quale reclutamento? Quale strategia?
La fattibilita' di questo tipo di intervento e' facilmente dimostrabile, ma
sulla base di informazioni che il grande pubblico ignora. Questa distanza
informativa rende piu' difficile tutto il dibattito attuale.
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Quali finanziamenti?
Verrebbe subito da pensare alle centinaia di milioni destinati
all'intervento armato; almeno una piccola percentuale (facciamo l'1%? 60
milioni?) potrebbe essere destinato ad interventi chiari e sicuramente
propositivi per la pace. Ma siamo piu' modesti: pensiamo alla cooperazione e
ricostruzione: sono 30 milioni di euro che andranno anche alle Ong; vogliamo
porre l'intervento per la pace come uno degli interventi di una Ong? Ma
anche senza porsi contro quanto i militari ritengono indispensabile per il
loro intervento, e anche senza sottrarre risorse preziose alla popolazione
libanese, ricordiamo piuttosto che lo Stato italiano, unico al mondo, ha
stanziato gia' un milione di euro per interventi di pace esattamente sotto
la voce "Difesa popolare nonviolenta", cioe' per la strategia di intervento
contro la guerra e per la pace che il movimento degli obiettori e le
associazioni nonviolente hanno promosso da alcuni decenni in Italia, anche
con una lunga campagna di disobbedienza civile (obiezione di coscienza alle
spese militari per la difesa popolare nonviolenta); e che ha raggiunto i
suoi obiettivi politici di: 1) una nuova legge sull'obiezione di coscienza
(legge 230/1998); 2) una prima istituzione statale di difesa alternativa
(l'Ufficio nazionale per il servizio civile (in sigla: Unsc) con un Comitato
per la difesa civile non armata e nonviolenta (in sigla: Comitato Dcnanv),
istituito con un decreto del 18 febbraio 2004); 3) e, in parte, l'opzione
fiscale a favore della difesa alternativa (per completare la quale la
campagna continua ancora). Questo milione di euro e' quanto e' stato
assegnato negli anni 2004, 2005 e corrente dall'allora ministro Giovanardi,
tramite l'Unsc, al Comitato Dcnanv. Il quale inopinatamente, dopo la mia
presidenza, ha deciso di non utilizzarlo; ma che, moralmente e
politicamente, e' da stornare, in questo caso di necessita' per interventi
di pace di interesse internazionale, dal bilancio di oltre 200 milioni di
euro dell'Unsc. Cioe' esattamente per quegli interventi di difesa
alternativa per cui
deciso che il servizio civile deve restare competenza dello Stato e non
delle sole Regioni; finora l'Unsc non ha preso iniziative concrete in questo
senso; le Regioni avrebbero tutto il diritto di reclamare la sottrazione del
servizio civile allo Stato, vista la sua inadempienza al suo compito
istituzionale.
Inoltre i finanziamenti possono essere trovati (non solo da quelli della
missione militare) da altre fonti che vedremo nel seguito. Ma la cifra
precedente ci e' utile per darci un ordine di grandezza (stabilito dallo
Stato stesso) sul quale ragionare. Tenendo presente che il costo di un
volontario Onu e' di circa 35.000 euro l'anno, possiamo pensare all'invio di
qualche decina di persone: un numero consistente per una presenza
significativa che sia esperienza efficace come primo impegno di
interposizione organizzato dallo Stato.
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La gestione.
L'indicazione di finanziamento suddetta ci ricorda anche che il quadro
normativo in Italia e' gia' stabilito. Per le varie sentenze della Corte
Costituzionale (la prima, la 164/85) la difesa non armata e' equivalente
alla difesa armata; ed ha come riferimento principale il servizio civile.
L'Unsc e' stato istituito in questa funzione, secondo la legge precedente
(che all'art. 8 prevedeva la istruzione e la sperimentazione degli obiettori
ad una "difesa civile non armata e nonviolenta") e secondo la legge sul
servizio civile che e' succeduta per istituire il servizio civile volontario
(all'art. 1, lettera a, prevede che il servizio civile contribuisca alla
difesa della Patria con mezzi ed azioni non militari). Percio' e' il
Ministro della solidarieta' sociale che ha la giurisdizione di questo tipo
di intervento e l'Unsc, attraverso il suo direttore (Diego Cipriani, di
fresca nomina e di lunga militanza a sostegno della Difesa nonviolenta) il
responsabile organizzativo statale.
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Quale reclutamento?
Non c'e' solo il bacino potenziale delle 800.000 persone che negli anni
passati sono state obiettori al servizio militare. Oltre alle tantissime
persone che nel passato hanno compiuto esperienze di interposizione
nonviolenta con organismi privati (basti ricordare i circa 1.500 di "Time
for peace"1989 o i
Caritas, la quale da anni riceve un finanziamento dall'8 per mille della Cei
per interventi di Difesa nonviolenta).
L'opinione pubblica non sa che da anni ci sono corsi formativi ad alto
livello per questo tipo di intervento. Non mi riferisco ai corsi del S. Anna
di Pisa con il Centro militare
studi strategici, di Roma 3 con
Guerra di Civitavecchia, e di Torino, che sono rivolti piu' alla formazione
per il Cimic, il settore civile dell'intervento militare, istituito per
accordi Nato. Mi riferisco al corso di monitoraggio del Centro studi per i
diritti umani e dei popoli del professor Papisca, che in collaborazione con
una decina di universita' europee ha formato un centinaio di persone; ai
corsi di laurea in Scienze per la pace dell'Universita' di Pisa e in
Operazioni di pace che ormai hanno laureato molte decine di persone; ai
corsi professionali per mediatori di pace istituiti dalla Provincia autonoma
di Bolzano, e dalle Regioni Piemonte, Toscana, Marche e Campania, piu' il
Comune di Bertinoro, che hanno formato almeno un 150 persone. E' da notare
che il servizio civile della Provincia di Bolzano e' finalizzato anche ad
interventi di pace. Infine la commissione internazionale Giustizia, pace e
integrita' del creato dei francescani ha stabilito nel gennaio scorso di
costituire un gruppo di francescani per l'interposizione nonviolenta nei
conflitti...
Il bacino di reclutamento e' quindi abbastanza ampio da garantire la
risposta di persone qualificate per ben di piu' del numero suddetto; si
potrebbe arrivare a varie centinaia senza problemi.
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Quale gestione?
Un corpo di intervento non molto grande come quello suddetto, ha comunque
bisogno di una struttura di responsabilita' e di operativita'. Il professor
Alberto l'Abate, responsabile dei volontari in Medio Oriente che nel 1992 si
opposero a Bagdad alla guerra, ambasciatore volontario di pace per due anni
a Pristina e attuale presidente della associazione italiana per
l'interposizione nonviolenta (Ipri-Ccp) e' il referente naturale. Per
l'operativita', in Italia non c'e' persona che abbia piu' esperienza e polso
di don Albino Bazzotto, figura centrale dei Beati i costruttori di pace, un
gruppo che piu' di ogni altro ente privato e' intervenuto politicamente
nella guerra della ex-Jugoslavia e in Africa. Ci si puo' chiedere perche' un
prete debba gestire una missione statale di pace. La risposta e' molto
semplice: puo' rendersi libero per mesi dal lavoro di sussistenza senza
averne conseguenze devastanti. Oggi non esiste una legge che conservi il
posto di lavoro a chi compie iniziative del genere. Questo e' il maggior
punto debole, dal punto di vista organizzativo, di un corpo di intervento
nonviolento. Ma c'e' una proposta di legge della on. Valpiana, sulla cui
base il governo potrebbe finalmente liberare le energie necessarie per
rispondere alla domanda che tutti hanno nelle orecchie: Ma che fanno i
pacifisti? Per ora sono costretti ad assentarsi non piu' che per il periodo
delle ferie; altra cosa sarebbe se potessero farlo per un anno conservando
il posto di lavoro in un ente pubblico o privato.
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Per fare che cosa?
Cruciale e' l'obiettivo di non partigianeria (meglio che di equidistanza).
Cioe' di porsi dalla parte del piu' debole, affinche' rinascano le
condizioni per il dialogo e la trattativa.
In questo caso l'indirizzo e' chiaro: intervenire non tanto nel Libano,
luogo finale e strumentale di uno scontro che invece nasce in Israele e
Palestina. E' qui che occorre attenuare le cause fino a superarle, per
evitare che il conflitto, se non e' preso dall'origine, proceda a cascata e
si generalizzi ad un intero quadro regionale.
E' chiaro a tutti che i rapporti Israele-Palestina sono in una sofferenza
enorme e sono il motivo giustificativo di ogni atto bellico anche mostruoso
(oltre che destabilizzante il diritto internazionale).
Un primo intervento di interposizione non puo' certo operare un brusco
cambiamento, ma puo' dare una direzione di inversione nei rapporti attuali
tra le popolazioni rispettive. Quel gruppo di persone che si puo' inviare
subito dovrebbe porsi come garante dei diritti umani nei posti di blocco che
attualmente sono il punto di scontro umano piu' drastico che esista in
questo conflitto; che e' il piu' drastico perche' e' permanente e non fa
morti, che poi per la vita quotidiana non incidono piu'; ma fa ferite di
odio profondo e di disumanita' che poi pesano per almeno cinquant'anni,
tutta una vita umana, e quindi rendono sempre meno vicino un punto di
riavvicinamento per una convivenza solidale su degli obiettivi comuni.
Ma per intervenire in questo modo occorre che il ministro degli esteri
italiano tratti con Israele: qui c'e' il nodo politico di questo tipo di
intervento: che ci sia una copertura da parte dello Stato Italiano non solo
in termini burocratici e finanziari, ma anche progettuali, secondo le
indicazioni ormai acquisite dalla esperienza internazionale per intervenire
sulle cause di questo conflitto.
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Ritorniamo adesso al finanziamento. Una volta che si costituisca un corpo
del genere per gli scopi stabiliti sarebbe facile ricevere offerte anche
private per mettere in piedi questa iniziativa concreta per un nuovo tipo di
intervento, specificamente e luminosamente per la pace. Per il Kosovo lo
Stato chiese offerte; quanto piu' e in maggiore quantita' le potrebbe
ottenere affinche' ricominci un chiaro processo di pace a Gerusalemme! Tanto
piu' che per legge l'Unsc puo' accettare donazioni di privati sulla voce
specifica della Difesa popolare nonviolenta. Allora anche la somma su cui
abbiamo ragionato si espanderebbe di molto e si potrebbe pensare
all'intervento di centinaia di persone.
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Quindi le vie amministrative e giuridiche sono gia' pronte. E' questione
solo di volonta' politica; in particolare del ministro della solidarieta'
sociale, che potrebbe giocare un ruolo decisivo per lo sviluppo di una
difesa alternativa in Italia e anche all'estero; per di piu' con una
collaborazione internazionale:
una legge sulla promozione di un cultura di pace al cui articolo 8 lo Stato
spagnolo si impegna a "promuove le esperienze di costruzione della pace in
zone di conflitto".