Tecnico in impianto di potabilizzazione controlla jar test e dosaggio di cloruro ferrico

Il dato di partenza è operativo: le schede tecniche di settore indicano per il cloruro ferrico un campo di efficacia compreso tra pH 4 e 10. In sala controllo questa riga non resta teoria. Diventa la forbice dentro cui un capoturno decide se correggere la pompa dosatrice, ripetere il jar test o aspettare il prossimo prelievo senza toccare nulla.

Immaginiamo un turno di mattina in un impianto di potabilizzazione. L’acqua grezza entra con torbidità diversa da quella del giorno prima, il laboratorio ha i bicchieri allineati sul banco, il quadro della dosatrice segnala la portata impostata e l’operatore ha davanti una scelta piccola solo in apparenza: aggiungere cloruro ferrico quanto basta, non quanto si è sempre aggiunto. Pochi punti di pH cambiano il comportamento del reagente, la formazione del fiocco, il carico sul sedimentatore e la quantità di fango da mandare alla gestione successiva.

Il jar test non serve a dare un numero fisso

Nel turno vero il jar test non è una cerimonia di laboratorio. Serve a vedere come reagisce quell’acqua, in quella fascia oraria, con quella temperatura e con quella torbidità. Si prendono campioni uguali, si dosano quantità diverse di reagente, si miscela, si attende e si guarda. Non c’è nulla di poetico: bicchieri, palette, cronometro, pHmetro, torbidimetro. Però da lì esce la prima decisione della giornata.

Il cloruro ferrico lavora formando idrossidi ferrici che destabilizzano le particelle disperse. In pratica, ciò che restava in sospensione comincia ad aggregarsi. Il tecnico non guarda solo se l’acqua si schiarisce. Guarda quanto rapidamente nasce il fiocco, se il fiocco resta fine e leggero, se tende a rompersi durante la miscelazione lenta, se scende con decisione quando il bicchiere viene lasciato fermo.

Il campo pH 4-10 citato dalle schede tecniche dà una larghezza di manovra utile, ma non assolve nessuno dal controllo. Un’acqua a pH 6 e una a pH 8 possono stare entrambe dentro quel campo e comportarsi in modo diverso. E se il turno precedente ha corretto l’alcalinità, oppure se l’arrivo dell’acqua grezza è cambiato per pioggia o manovre a monte, la dose storica diventa una traccia, non una sentenza.

La tentazione di fissare il dosaggio una volta e copiarlo per settimane è comprensibile. Fa risparmiare tempo sulla carta. In impianto, però, crea una falsa calma: quando la torbidità in uscita comincia a muoversi, il margine è già stato consumato. Registrare solo i litri/ora della pompa senza pH, torbidità e nota visiva sul fiocco è un verbale povero: non permette a chi subentra di capire se la dose ha corretto un’acqua cambiata o ha nascosto una misura presa male.

La pompa dosatrice segue l’acqua, non il serbatoio

Dopo il jar test si passa alla regolazione. La pompa dosatrice non viene toccata per orgoglio professionale, ma perché il campione ha parlato. Si varia la portata, si controlla la risposta dopo il tempo idraulico necessario e si evita la correzione nervosa a ogni oscillazione del dato. Un impianto non è un rubinetto da cucina: tra il comando dato al quadro e il risultato visto a valle passa acqua, passano volumi, passa inerzia.

Qui il cloruro ferrico smette di essere una voce d’acquisto e diventa una leva di conduzione. Se si dosa poco, la flocculazione resta debole e la sedimentazione lavora male. Se si dosa troppo, si carica il sistema di ferro, si aumenta la produzione di fanghi e si sposta il problema in un’altra sezione dell’impianto. La dose corretta non è quella più alta che schiarisce il bicchiere, ma quella che tiene insieme risultato, stabilità e gestione dei residui senza inseguire il dato minuto per minuto.

La parte documentale, intanto, non sparisce. Per le acque destinate al consumo umano pesa la cornice della Direttiva (UE) 2020/2184, in vigore dal 12 gennaio 2021, che porta il tema sulla qualità dell’acqua salubre e pulita lungo tutta la filiera di trattamento. Nella verifica preliminare del reagente, in https://www.chimitex.it/cloruro-ferrico/ compaiono la conformità UNI EN 888 e l’impiego per acque destinate al consumo umano: sono informazioni di prodotto che stanno nella cartella tecnica, mentre il banco di prova resta il campione d’acqua del turno.

In sala controllo la sequenza è più semplice da vedere che da scrivere. Il tecnico imposta una portata, aspetta che la variazione arrivi al punto di prelievo, confronta il dato con il jar test e decide se lasciare la pompa stabile. Una correzione fatta troppo presto produce un effetto a fisarmonica: prima si aumenta, poi si riduce, poi si aumenta di nuovo. Alla fine nessuno sa quale variazione abbia davvero migliorato l’acqua.

Per questo il tempo di risposta dell’impianto vale quanto il valore impostato. Un turno ordinato sa attendere il tempo giusto. Un turno agitato scambia il ritardo idraulico per inefficacia chimica.

Il fiocco racconta se il dosaggio sta lavorando

Quando il cloruro ferrico funziona, il fiocco cambia aspetto. Non basta dire che si forma. Deve avere consistenza, deve crescere senza diventare fragile, deve arrivare alla sedimentazione con massa sufficiente. Il materiale tecnico Ecoplants indica per il cloruro ferrico un campo di efficacia pH 4-11 e ricorda la formazione di fiocchi più pesanti, capaci di sedimentare con maggiore facilità. Il dato allarga la lettura, ma in impianto la verifica resta visiva e strumentale insieme.

Un fiocco pesante aiuta il sedimentatore perché cade. Detta così sembra banale, e invece cambia la continuità del servizio. Se i fiocchi restano fini, la vasca lavora a fatica, il filtro a valle riceve più carico e i controlavaggi si avvicinano. Se il fiocco scende bene, la linea respira. Il beneficio non sta solo nella torbidità finale, ma nella distribuzione del lavoro tra le sezioni dell’impianto.

Però il fiocco pesante ha un rovescio pratico: produce fango da trattare. Nessun reagente elimina la materia; la sposta in una forma separabile. Nel turno questo significa controllare il livello nella tramoggia, la frequenza di spurgo, la risposta della linea fanghi e l’eventuale variazione della sostanza secca. Se l’acqua migliora in uscita ma il sedimentatore accumula troppo, la conduzione non può considerarsi chiusa.

La regolazione corretta si riconosce da tre segnali che arrivano quasi insieme: torbidità in calo dopo il tempo idraulico atteso, fiocco ben formato nei controlli intermedi, fango gestibile senza manovre continue. Se uno dei tre manca, il dosaggio merita una revisione. Non sempre al rialzo. A volte serve ridurre, perché l’eccesso di reagente può sporcare la lettura e aumentare residui che non portano beneficio.

La sala controllo seria non tratta il jar test come un esame da archiviare a inizio turno. Lo usa come confronto quando la linea cambia umore. Se il dato online peggiora e il bicchiere conferma fiocco debole, si interviene. Se il dato online balla ma il campione manuale non conferma, prima si controlla lo strumento. In molti impianti si perdono ore perché si corregge la chimica davanti a una sonda sporca. È una scelta costosa e poco difendibile: la sonda si pulisce prima di accusare il reagente.

Il controllo finale non è solo acqua limpida

A valle, il controllo finale chiude il turno solo se mette in fila misure e conduzione. La limpidezza vista a occhio conta poco senza torbidità, pH, eventuali residui controllati secondo il piano dell’impianto e coerenza con le letture precedenti. L’acqua può sembrare buona in un prelievo isolato e mostrare instabilità nella serie dei dati. La continuità si vede nella curva, non nel singolo bicchiere pulito.

Qui entra un altro aspetto, vicino ma non identico alla potabilizzazione. Nello studio su 23 impianti di depurazione pubblicato da Ingegneria dell’Ambiente, FeCl3 e PAC risultano tra i reagenti più usati per la rimozione del fosforo. Il contesto è la depurazione, quindi non va confuso con l’acqua potabile. Però il messaggio operativo resta concreto: il cloruro ferrico viene scelto perché consente una regolazione chimica misurabile, legata a parametri che cambiano durante l’esercizio.

Nel turno di potabilizzazione la rimozione del fosforo può non essere il tema della giornata. La disciplina di controllo, invece, è la stessa famiglia di lavoro: campione, dose, effetto, verifica a valle, fango prodotto. Se manca uno di questi passaggi, il responsabile vede solo metà della storia. E nelle mezze storie si infilano sprechi di reagente, controlavaggi più frequenti, allarmi che arrivano quando la vasca ha già accumulato il problema.

Il responsabile acquisti, da fuori, tende a vedere concentrazione, prezzo, disponibilità e certificazioni. Sono dati necessari. L’operatore, però, vede il prodotto quando deve correggere una linea che non aspetta la riunione del giorno dopo. Per questo una fornitura di cloruro ferrico non si giudica solo alla consegna: si giudica quando il jar test torna coerente con la regolazione della pompa, quando il fiocco sedimenta senza sorprese e quando il controllo finale conferma che il turno può proseguire senza rincorrere la chimica.

Il giorno dopo non serve rivoluzionare la gestione. Serve mettere nello stesso registro, dal prossimo turno, dose impostata, pH misurato, torbidità prima e dopo la sedimentazione, aspetto del fiocco dopo il jar test e interventi fatti sulla pompa dosatrice.

Di Laura Ulissi

Sono una ragazza normale con una straordinaria passione per la scrittura. Amo leggere, ascoltare musica e guardare film.