Interno di una fabbrica siderurgica di fine Ottocento con forni, macchinari a vapore, lampade elettriche, operai e tecnici.

Una fabbrica della prima industrializzazione era costruita intorno al carbone, alla macchina a vapore, al ferro e, spesso, alla produzione tessile. In un’impresa elettrificata di fine Ottocento acquistavano invece più importanza l’acciaio, i motori, i laboratori chimici, i tecnici e una struttura amministrativa articolata. La seconda rivoluzione industriale, raccontata come storia facile da seguire, nasce da questo contrasto. Non fu però la sostituzione immediata di un sistema con un altro: le nuove tecnologie si aggiunsero a quelle precedenti e le trasformarono gradualmente.

Per comprenderne cause, innovazioni e conseguenze non basta memorizzare una serie di invenzioni. Bisogna osservare come energia, materiali, ricerca scientifica e organizzazione delle imprese cominciarono a sostenersi a vicenda.

Seconda rivoluzione industriale: storia facile di un passaggio graduale

La periodizzazione più utile è necessariamente approssimativa: la seconda rivoluzione industriale si sviluppò dalla metà dell’Ottocento ai primi anni del Novecento, con una fase particolarmente intensa tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento e il primo decennio del nuovo secolo.

Il processo non avvenne nello stesso momento e con la stessa velocità in ogni Paese. Si rafforzò in Germania e negli Stati Uniti, raggiunse il Giappone e interessò diverse aree europee, compresa l’Italia settentrionale. Perciò non esiste un unico anno d’inizio valido ovunque: è più corretto parlare di una trasformazione estesa nel tempo e geograficamente diseguale.

Se il criterio del confronto è la base tecnica, la differenza rispetto alla prima rivoluzione industriale appare chiara. La prima era legata soprattutto a tessile, carbone, ferro e vapore, con origine britannica nel tardo Settecento. La seconda ebbe come settori caratteristici acciaio, elettricità, chimica e petrolio e assunse una dimensione più internazionale. Questa distinzione non significa che il vapore scomparve: vecchie e nuove tecnologie convissero a lungo.

Le cause: perché l’industria cambiò ancora

Non ci fu una causa isolata. La seconda rivoluzione industriale maturò sopra un sistema produttivo già costruito dalla prima: esistevano fabbriche, competenze tecniche, mercati e capitali da investire. Su questa base si innestarono nuove conoscenze scientifiche e nuove soluzioni energetiche.

Il rapporto tra scienza e produzione divenne più sistematico. Ciò è particolarmente evidente nella chimica: la ricerca non rimase separata dalla fabbrica, ma contribuì allo sviluppo di sostanze e materiali destinati all’agricoltura, alla medicina e ad altri comparti industriali. Anche la siderurgia procedette attraverso il perfezionamento dei processi produttivi, non grazie a un’unica invenzione improvvisa.

Un secondo fattore fu la disponibilità di nuove forme di energia. L’elettricità poteva alimentare macchine e illuminazione attraverso reti di distribuzione; il petrolio apriva possibilità diverse da quelle del carbone; il motore a combustione interna preparava nuovi impieghi nei trasporti. Energia e organizzazione si influenzarono reciprocamente: impianti più grandi richiedevano capitali e coordinamento, mentre imprese e banche più strutturate potevano finanziare attività industriali di scala maggiore.

Cause e innovazioni, quindi, non formano due elenchi separati. Le innovazioni offrirono nuove possibilità, ma la loro diffusione dipese dalla presenza di imprese, investimenti, tecnici e infrastrutture capaci di utilizzarle.

Acciaio, elettricità, petrolio e chimica

L’acciaio e i nuovi processi siderurgici

L’acciaio permetteva di costruire macchine e utensili più resistenti di quelli analoghi in ferro. Il punto non era stabilire quale materiale fosse migliore in assoluto, ma quale fosse più adatto a impieghi che richiedevano robustezza e durata.

Tre processi aiutano a capire il cambiamento della siderurgia: il convertitore Bessemer, il forno Martin-Siemens e, dal 1878, il processo Thomas. Quest’ultimo consentì in particolare alla Germania di utilizzare minerali con un’elevata percentuale di fosforo. Non furono le sole innovazioni del settore, ma mostrano come il miglioramento dei metodi di produzione potesse rendere sfruttabili risorse prima meno convenienti.

L’elettricità come energia distribuita

L’elettricità non fu semplicemente un nuovo combustibile. Se il criterio di confronto è il modo in cui l’energia raggiunge gli utilizzatori, la sua peculiarità era la possibilità di essere generata in un luogo e trasportata attraverso una rete. La corrente alternata favorì la trasmissione su lunghe distanze e quindi la diffusione delle reti elettriche per l’illuminazione civile e industriale.

Dinamo e motori elettrici ampliarono gli impieghi dell’elettricità nelle fabbriche. Negli anni Ottanta dell’Ottocento essa favorì lo sviluppo di nuove macchine, ma non eliminò immediatamente il carbone e il vapore. Il compromesso era evidente: l’elettricità offriva nuovi impieghi e una distribuzione più flessibile, ma richiedeva centrali, reti e investimenti coordinati.

Petrolio e motore a combustione interna

Petrolio e motore a combustione interna vanno distinti. Il primo è una risorsa energetica; il secondo è una tecnologia che trasforma l’energia del combustibile in movimento. L’automobile fu una delle sue applicazioni più importanti e cominciò a svilupparsi nel decennio successivo alla diffusione industriale dell’elettricità.

Anche in questo caso non avvenne una sostituzione istantanea. Il motore a combustione interna risultava adatto a mezzi mobili, mentre il vapore e l’elettricità continuarono a essere utilizzati in altri contesti. Il vantaggio dipendeva dall’impiego, non da una superiorità universale.

La chimica industriale

La chimica aprì comparti produttivi nuovi o più ampi. Le fabbriche cominciarono a realizzare fertilizzanti, coloranti sintetici, ammoniaca, soda, dinamite e prodotti farmaceutici, tra cui disinfettanti e analgesici.

La caratteristica decisiva non fu soltanto la varietà delle merci. La chimica rese più stretto il rapporto tra laboratorio e fabbrica: ricerca, sperimentazione e produzione industriale entrarono in un ciclo comune. Ciò aumentò il peso di scienziati, tecnici e personale specializzato dentro il sistema produttivo.

Come cambiarono fabbriche, imprese e lavoro

Le nuove tecnologie richiedevano organizzazioni capaci di coordinare macchinari, reparti, investimenti e competenze differenti. Le fabbriche divennero più grandi e aumentarono la divisione del lavoro, le gerarchie e la disciplina. Accanto agli operai crebbe il numero di tecnici, dirigenti e impiegati.

La produzione su scala più ampia comportava un compromesso organizzativo. La specializzazione permetteva di coordinare attività complesse, ma rendeva il lavoro più suddiviso e sottoposto a regole definite dall’impresa. Allo stesso modo, una struttura amministrativa articolata aiutava a gestire grandi stabilimenti, ma moltiplicava i livelli gerarchici.

Anche le imprese cambiarono forma. Si svilupparono cartelli, trust e corporations. Se il criterio è l’autonomia delle aziende coinvolte, queste soluzioni non erano equivalenti: un cartello coordinava imprese che rimanevano distinte, mentre un trust comportava una concentrazione più forte sotto un controllo comune; la corporation era una grande società organizzata per operare su vasta scala.

Nessuna di queste forme era una soluzione neutrale. La concentrazione consentiva di raccogliere capitali e coordinare grandi attività, ma accresceva anche il potere economico di pochi gruppi. I legami tra banche e industria divennero più stretti: gli istituti finanziari sostenevano gli investimenti industriali e partecipavano sempre più alla vita delle imprese. Questo intreccio viene definito capitalismo finanziario.

Le conseguenze economiche, urbane e internazionali

La prima conseguenza fu un ampliamento della scala industriale. Materiali più resistenti, energia distribuita, nuovi motori e prodotti chimici permisero di sviluppare settori diversi e di produrre in quantità maggiori. Non tutti i territori beneficiarono però allo stesso modo di questa crescita: la diffusione dell’industrializzazione rimase irregolare.

Nelle città, le reti elettriche servirono sia gli stabilimenti sia l’illuminazione civile. Fabbriche, uffici tecnici e strutture amministrative divennero parti collegate dello stesso sistema. Sul piano sociale non cambiò soltanto il numero degli operai: si ampliarono anche i gruppi di impiegati, tecnici e dirigenti, mentre il lavoro industriale diventava più gerarchico e specializzato.

La geografia della potenza industriale mutò. Se il criterio è la crescita manifatturiera durante questa fase, Germania e Stati Uniti avanzarono più rapidamente e superarono progressivamente la Gran Bretagna. Ciò non significa che il Regno Unito perse ogni importanza economica, ma che non deteneva più la posizione industriale incontrastata della prima rivoluzione.

I Paesi entrati più tardi nella competizione industriale ricorsero spesso a barriere doganali per proteggere la produzione nazionale. Alla concorrenza tra imprese si affiancò così quella tra Stati. Le potenze cercarono materie prime e nuovi mercati, collegando l’espansione industriale all’imperialismo. Il rapporto fu importante, ma non va trasformato in una spiegazione unica di tutti i successivi conflitti politici e militari.

Il senso storico della trasformazione

La seconda rivoluzione industriale non coincide con una singola macchina. Fu una trasformazione coordinata: l’acciaio modificò i materiali disponibili, elettricità e petrolio ampliarono le basi energetiche, la chimica unì ricerca e produzione, mentre grandi imprese e banche organizzarono capitali e lavoro su una scala nuova.

Il passaggio decisivo avvenne quando questi elementi cominciarono a rafforzarsi reciprocamente. Una nuova tecnologia richiedeva investimenti e competenze; un’impresa più grande poteva finanziare ricerca e impianti; l’espansione produttiva alimentava a sua volta la competizione per mercati e risorse. È questa catena, più di qualsiasi elenco di invenzioni, a spiegare perché la seconda rivoluzione industriale cambiò insieme economia, lavoro e rapporti di potere.

Domande degli utenti

Storia della rivoluzione industriale: qual è il riassunto essenziale?

La prima rivoluzione industriale iniziò in Gran Bretagna nel tardo Settecento e si basò soprattutto su tessile, carbone, ferro e macchina a vapore. La seconda si sviluppò dalla metà dell’Ottocento ai primi del Novecento, ebbe una diffusione più internazionale e ruotò intorno ad acciaio, elettricità, chimica e petrolio. Le fabbriche crebbero, il lavoro divenne più specializzato e aumentarono la concentrazione delle imprese e i legami tra banche e industria.

Come interpreta la rivoluzione industriale la storia economica?

La storia economica non studia soltanto le invenzioni. Esamina i rapporti tra tecnologie, fonti energetiche, disponibilità di capitali, organizzazione delle imprese, lavoro, mercati e decisioni degli Stati. Da questo punto di vista, la seconda rivoluzione industriale è importante perché mostra come un cambiamento tecnico possa trasformare anche le strutture economiche e i rapporti di potere, senza produrre ovunque gli stessi risultati.

Di Laura Ulissi

Sono una ragazza normale con una straordinaria passione per la scrittura. Amo leggere, ascoltare musica e guardare film.