Un vecchio compito scolastico con matita rossa accanto a un quaderno moderno con annotazioni e simboli di feedback.

Valutare significa soltanto assegnare un numero? Un po’di storia della valutazione scolastica mostra che voto, esame e giudizio non sono sempre serviti allo stesso scopo. Alla funzione di classificare, selezionare e certificare si è affiancata una prospettiva che usa le informazioni raccolte per orientare l’insegnamento e l’apprendimento. Non si è trattato, però, di una sostituzione lineare: le diverse funzioni continuano a convivere e, talvolta, a entrare in tensione.

Un po’di storia della valutazione scolastica: prima di tutto, le parole

Per comprendere il cambiamento occorre distinguere operazioni spesso confuse. La misurazione raccoglie dati quantitativi attraverso una prova; il punteggio ne esprime l’esito; la valutazione interpreta le informazioni e formula un giudizio. Il voto è una possibile sintesi di quel giudizio, non la valutazione nella sua interezza.

La differenza non è soltanto terminologica. Due prove con lo stesso punteggio possono ricevere interpretazioni diverse in base ai criteri adottati, agli obiettivi e alla funzione attribuita alla verifica. Il numero permette di sintetizzare e confrontare, ma proprio questa capacità di compressione lascia fuori una parte delle informazioni: quali conoscenze sono solide, quali difficoltà ricorrono e quale intervento potrebbe essere utile.

Il voto, dunque, non è una misurazione completamente neutra. Presuppone decisioni su che cosa osservare, quale peso attribuire alle risposte e come trasformare il risultato in un giudizio. Riconoscerlo non rende il voto arbitrario; rende visibili le scelte che lo costruiscono.

Voti ed esami prima della docimologia

Le pratiche di selezione, i voti e gli esami precedono la nascita di una scienza sperimentale della valutazione. La scuola disponeva già di strumenti per ordinare gli studenti, decidere ammissioni e promozioni o certificare il raggiungimento di un risultato. La docimologia cominciò invece a sottoporre a indagine l’affidabilità degli esami e dei giudizi.

La ricerca sperimentale in questo campo si sviluppò almeno dagli anni Venti del Novecento, con gli studi condotti in Francia da Henri Piéron. Nel 1963 Piéron pubblicò Examens et docimologie, titolo che documenta il consolidamento di questa linea di ricerca. La ricostruzione storica di Matteo Morandi consente di seguire il passaggio dalle pratiche valutative già esistenti alla loro analisi scientifica, senza trasformare una singola data nell’origine assoluta dei voti o degli esami.

Il cambiamento decisivo riguarda la domanda posta alla valutazione. Non basta più chiedere chi abbia superato una prova: diventa necessario interrogarsi sulla coerenza dei criteri, sulla stabilità dei giudizi e sul rapporto tra strumenti impiegati e finalità della scuola. La selezione continua a essere possibile, ma non appare più come un esito tecnicamente ovvio.

Il dibattito italiano nel secondo dopoguerra

Nel secondo dopoguerra italiano la valutazione entrò nel dibattito pedagogico anche come questione didattica e sociale. Uno degli osservatori documentati da Morandi è la rivista Scuola e città, fondata nel 1950 da Ernesto Codignola e diretta in quel periodo da Lamberto Borghi.

Questo caso non rappresenta da solo l’intero sistema scolastico italiano, ma permette di vedere come la docimologia fosse collegata a una domanda più ampia: quale funzione deve svolgere la scuola? Se il compito prevalente è distribuire gli studenti tra percorsi e risultati differenti, la valutazione tende a privilegiare classificazione, orientamento e certificazione. Se la priorità è sostenere l’apprendimento, gli stessi strumenti devono fornire informazioni utilizzabili durante il percorso.

Dopo il 1968, nel dibattito docimologico italiano esaminato da Morandi, questa tensione diventò particolarmente evidente. L’analisi dedica attenzione alla posizione di Mario Gattullo e alla relazione tra strumenti valutativi e funzione attribuita alla scuola. Non si trattava semplicemente di scegliere tra voti e assenza di voti: la questione era stabilire per quale scopo raccogliere e interpretare i risultati.

Confrontate in base alla loro funzione istituzionale, valutazione selettiva e valutazione formativa rispondono infatti a esigenze diverse. La prima consente di classificare, ammettere, promuovere o certificare, ma tende a condensare il percorso in un esito. La seconda cerca di rendere l’informazione utile per i passaggi successivi, ma non elimina la necessità di attestare pubblicamente alcuni risultati. Il compromesso nasce dalla coesistenza dei due compiti, non dalla superiorità universale di uno strumento.

Dalla posizione in graduatoria al rapporto con gli obiettivi

Il risultato di una prova cambia significato a seconda del riferimento scelto. Il criterio di confronto permette di distinguere tre prospettive che non corrispondono necessariamente a fasi storiche separate e possono convivere nella stessa scuola.

La valutazione normativa confronta il risultato di uno studente con quello degli altri. È coerente con esigenze di ordinamento e selezione, perché rende visibile la posizione relativa; dice però meno su quali obiettivi siano stati effettivamente raggiunti.

La valutazione criteriale confronta invece la prestazione con criteri stabiliti. Il riferimento non è il compagno che ha ottenuto un punteggio maggiore o minore, ma ciò che ci si attende venga appreso. Questa impostazione rende più esplicito il legame con gli obiettivi, pur dipendendo dalla qualità e dalla chiarezza dei criteri scelti.

La valutazione idiografica o evolutiva considera il progresso rispetto alla situazione iniziale. Permette di riconoscere trasformazioni che un confronto tra studenti potrebbe nascondere, ma è meno adatta, se usata da sola, a certificare il raggiungimento di uno standard comune.

Anche l’idea di equità cambia con il riferimento. Trattare tutti attraverso la medesima graduatoria, verificare per tutti uno stesso criterio e riconoscere il progresso individuale sono tre modi differenti di intendere un giudizio equo. Non sono intercambiabili: ciascuno illumina un aspetto e ne lascia altri sullo sfondo.

Voto, giudizio descrittivo, prove e feedback

Voto, giudizio descrittivo, prova standardizzata e feedback non sono alternative collocate sullo stesso piano. La prova produce dati; il voto sintetizza un giudizio; la descrizione comunica informazioni; il feedback prova a collegarle a un’azione successiva. Per confrontarli correttamente bisogna quindi considerarne l’uso, non soltanto la forma.

Il voto è particolarmente economico: consente di registrare e comunicare un esito in poco spazio. Questa sintesi agevola scrutini e certificazioni, ma non spiega da sola che cosa abbia generato il risultato. Un giudizio descrittivo può offrire indicazioni sui punti di forza e sulle difficoltà, a condizione che non si limiti a sostituire il numero con una formula generica.

Nella scuola primaria italiana, per esempio, un’espressione come in via di prima acquisizione può assumere una funzione formativa quando descrive lo stato dell’apprendimento e orienta gli interventi successivi. La forma verbale, da sola, non garantisce però tale funzione: occorrono informazioni abbastanza precise da suggerire che cosa consolidare e come proseguire.

Le prove nazionali o internazionali rispondono ancora a un’altra scala di osservazione. Possono contribuire al monitoraggio degli esiti e alla programmazione del miglioramento scolastico, grazie alla comparabilità dei dati. Non sostituiscono tuttavia il feedback rivolto al singolo studente: il dato aggregato è utile per osservare tendenze, mentre l’intervento didattico richiede informazioni vicine alle attività e alle difficoltà concrete.

La valutazione formativa come uso delle informazioni

Nella riflessione contemporanea, la valutazione formativa è definita soprattutto dalla funzione: raccogliere e interpretare informazioni per regolare l’apprendimento e l’insegnamento, anziché limitarsi a controllare il risultato conclusivo. Nel volume di Marco Giganti del 2025, questa prospettiva viene presentata come passaggio dalla misurazione al sostegno dell’apprendimento, sia nella didattica ordinaria sia nell’esperienza della didattica a distanza.

Non ne deriva che ogni feedback produca automaticamente un miglioramento o che una forma descrittiva sia sempre preferibile a un voto. Il criterio pertinente è l’utilizzabilità dell’informazione. Una restituzione è formativa se permette allo studente di comprendere dove si trova e se aiuta l’insegnante a decidere l’intervento seguente. Se arriva quando il percorso è ormai concluso, oppure non indica alcuna direzione, conserva soprattutto una funzione certificativa.

La storia della valutazione scolastica mostra così una stratificazione di scopi. Misurare serve a raccogliere dati; certificare rende attestabile un risultato; confrontare consente di collocarlo rispetto a criteri o gruppi; descrivere può renderlo comprensibile; il feedback può trasformarlo in una risorsa per continuare a imparare. La tensione attuale non oppone semplicemente numeri e parole: riguarda il difficile equilibrio tra decisioni pubbliche comparabili e attenzione ai processi individuali.

Cosa chiedono i lettori

Un po’di storia dell’Egitto?

La storia dell’Egitto è un argomento distinto e non coincide con la storia della valutazione scolastica. In questo articolo l’espressione un po’di storia introduce una ricostruzione delle funzioni assunte nel tempo da voti, esami, giudizi e feedback.

Un po di storia: come si scrive?

La forma corretta è un po’di storia, con l’apostrofo dopo po. Po’è il troncamento di poco: non si scrive con l’accento e non richiede una doppia p.

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Di Laura Ulissi

Sono una ragazza normale con una straordinaria passione per la scrittura. Amo leggere, ascoltare musica e guardare film.